La Voce di Trieste

Un ponte lungo cinquant’anni

Il marchio indelebile del cattivo gusto urbanistico

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Molti anni fa, alcuni turisti olandesi, impressionati dalla mole e dalle fattezze dell’ospedale di Cattinara, chiesero al loro cicerone cosa si producesse in quella grossa fabbrica. Quando il poveraccio provò a spiegare che si trattava di un ospedale, i visitatori se la fecero sotto dalle risate credendo fosse una battuta.

Un po’ di tempo dopo, le agenzie di stampa di tutto il mondo diffusero le immagini delle possenti torri di cemento e vetro, spacciandole per la centrale atomica di Chernobyl dove, in quei giorni, si era verificato uno dei più disastrosi incidenti nucleari di cui si sia mai venuti a conoscenza. Per un po’ nessuno mise in discussione la genuinità di quelle riprese, perché l’ospedale di Cattinara sembra davvero un impianto industriale: i due blocchi grigi, piantati a fianco di un lungo camino sotto il quale si estende una copertura a dente di sega, più che ricordare un posto dove ci si prende cura delle persone, evocano ritmi di lavoro oppressivi nel clangore delle catene di montaggio.

Certo, se chiedete ad un medico o a un’infermiera come sono organizzati ultimamente turni e servizi, vi diranno che quella sensazione è abbastanza verosimile.

Scendendo da Cattinara in direzione del centro cittadino, si incontra il Quadrilatero, complesso di edilizia residenziale popolare con una minacciosa aria da carcere di massima sicurezza. Qui i turisti olandesi non erano passati, perché la loro guida aveva deciso di farli raggiungere il centro città dalla parte opposta, per non essere costretta ancora una volta a rispondere a domande imbarazzanti.

Nel Quadrilatero sono detenute circa duemilacinquecento persone, e se pensate che per elaborare un progetto così brutto già solo nelle sue linee essenziali sia stato sufficiente ricorrere allo scarabocchio lasciato su una panchina da uno schizofrenico tossicomane, siete fuori strada: c’è stata della gente che ha persino ricevuto dei soldi per deturpare irrimediabilmente una verde periferia e trasformarla in un incubo, e incidentalmente si tratta degli stessi architetti che hanno dato il loro contributo anche alla realizzazione della centrale nucleare di Cattinara. L’intento, probabilmente, era di conferire una certa omogeneità estetica alla zona, e si è colto nel segno accostando nel raggio di un chilometro due colossali schifezze.

Pochi anni prima dell’inizio dei lavori dell’ospedale di Cattinara e del Quadrilatero di Rozzol-Melara, era stata avviata la costruzione del Santuario di Monte Grisa, curiosa costruzione più simile ad un osservatorio spaziale per il contatto con forme di vita extraterrestre che a un tempio dedicato alla ricerca di verità ultraterrene. Oggi non riusciremmo ad immaginare l’altura che domina il Golfo senza i suoi tronchi di piramide piantati sul crinale, perché la forza dell’abitudine ci rende capaci di sopportare senza fare troppe storie anche un pugno nell’occhio così violento. Ma se proprio era necessario erigere qualcosa in una locazione tanto esposta, sarebbe forse stato meglio optare per una soluzione armoniosamente integrata nell’ambiente naturale circostante, perché è improbabile che un Dio il quale – creando estese foreste silenziose, corsi d’acqua cristallini, prati fioriti e pianure selvagge – ha sempre dimostrato uno spiccato senso estetico e un inarrivabile buon gusto, possa essere compiaciuto da un prisma trapezoidale grigiastro con bar-ristorante annesso.

Scendendo in picchiata dall’altipiano, planiamo sopra il centro città e atterriamo in Piazza Vittorio Veneto, già Piazza delle Poste. Quest’area, che si apre appunto tra il Palazzo delle Poste e quello delle Ferrovie, fino a un po’ di tempo fa era un piccolo parco urbano con aiuole, panchine e vialetti. Le amministrazioni comunali che si erano succedute nel tempo lo avevano sempre più trascurato, ed era diventato un lurido immondezzaio dal quale si levava un penetrante odore di urina. Invece di ripulirlo, migliorandone gli arredi botanici per restituirgli l’originale connotazione di micro-oasi, si è ben pensato di scavare un buco per ficcarci dentro un mucchio di automobili, ricoprire con lastre di pietra lo spazio intorno alla grande fontana, e aggiungere un paio di abbeveratoi per i cavalli e i bovini che notoriamente pascolano felici nel Borgo Teresiano. O forse quelle strane vasche sono solo dei lavatoi, dove le donne in carriera degli uffici circostanti possono, tra una riunione e un cazziatone, intonare canti popolari strofinando lenzuola, calze e mutande con autentico sapone di Marsiglia.

Per comprendere meglio lo spirito che ha animato il concepimento di questa bizzarra opera, è utile estrapolare un breve passaggio dalla descrizione ufficiale del progetto: “Aggiunge tensione nervosa la scelta chiaroscurale bicroma, sempre crescente a ridosso della vasca monumentale”. Ecco, nella frenetica vita quotidiana del centro cittadino, quello di cui proprio si sentiva la necessità era un po’ di tensione nervosa in più.

Ma se Piazza Vittorio Veneto dà sui nervi, Piazza Goldoni può rendere addirittura furibondi.

La piazza che è il cuore della città, e anche uno dei maggiori punti di riferimento nella topografia urbana – dove le linee di trasporto pubblico si incrociano e si scambiano, dove le persone si danno appuntamento, dove convergono le principali arterie del traffico e la monumentale Scala dei Giganti si innalza in tutta la sua classicheggiante eleganza al di sopra del portale d’ingresso alla Galleria Sandrinelli – è stata ridotta ad un deprimente e rigido paesaggio sepolcrale che ha lo stesso smalto di un sacrario di guerra completo di ossario, reso anche più lugubre dalla presenza del tristemente noto “porta-CD”, l’orrenda colonna di vetro che dovrebbe curiosamente rappresentare un omaggio alle “vittime dei regimi totalitari” e che invece, in un futuro speriamo non troppo lontano, servirà da monito a chi volesse azzardarsi ancora a intraprendere opere di riqualificazione urbana così sconsolanti. Autori materiali del misfatto sono un paio di architetti lombardi, ma i mandanti sono sempre gli stessi, e cioè amministratori pubblici che per più di mezzo secolo hanno continuato a perpetuare se stessi non solo nella sostanza, che già di per sé è stata fatale per le sorti della città, ma anche nella sgraziata forma di cui hanno ammantato quasi tutto ciò sul quale hanno messo le mani.

Quindi, tutto il polverone sollevato a proposito della passerella sul Canale di Ponterosso è abbastanza sorprendente. Se si sono abituati senza fiatare a porcherie ben più vistose e ingombranti, i triestini dimenticheranno ben presto anche l’insulsaggine di un ponticello che fa risparmiare due minuti di cammino al prezzo di una villa in Costiera, e così, qualche altro progettista in delirio, con la benedizione di assessorati e uffici tecnici, potrà creare indisturbato una nuova struttura il cui unico requisito sarà quello di essere rozza e volgare.

© 22 agosto 2013

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