La Voce di Trieste

Val di Susa, il cantiere delle idee

Una settimana al campeggio NoTav

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Poeti e sognatori da millenni rivolgono il proprio sguardo al cielo stellato, alla ricerca tanto di un ordine universale quanto della conferma del caos di cui il mondo terreno sarebbe specchio. L’infinità di stelle sovrasta le tende del campeggio NoTav, a Chiomonte (TO). Non si vede altro: le montagne imponenti nascondono la luce riflessa della luna; l’autostrada del Frejus, primo affronto a questa magnifica vallata, quasi scompare inghiottita nel buio. C’è ancora spazio per la poesia, per il sogno di una realtà diversa.
Il giorno inizia presto, con la sveglia al megafono: una passeggiata nei boschi, con tanto di nuotata nel gelido torrente, è stata organizzata nella mattinata; il cantiere è a qualche decina di metri dall’entrata del campeggio, la polizia osserva con un binocolo (e «ascolta con dei microfoni direzionali», azzarda qualcuno) ogni gesto dei NoTav.
Difficile non rimanere colpiti quando, percorrendo le vie di montagna, si finisce improvvisamente davanti a delle enormi recinzioni metalliche, con base in cemento e filo spinato sulla cima, che tagliano sentieri e campi coltivati, abbattono alberi («proprio qui, prima che aprissero il cantiere, c’era un castagneto di 260 anni d’età», mi confida una coppia di anziani valligiani), escludono il passato: il museo archeologico di Chiomonte, identità storica della comunità, è anch’esso all’interno del perimetro del cantiere, e quindi da mesi chiuso, impossibile da raggiungere. All’interno delle recinzioni i lavori sembrano bloccati: non si scorge alcun operaio ma solo soldati, polizia in assetto antisommossa, un agente della Digos con telecamera alla mano, qualche blindato “Lince” e le camionette dei carabinieri. L’anziano valligiano, che poco fa mi ha raccontato del castagneto, fa un gesto con la mano ad un soldato, urlando: «l’Afghanistan è da quella parte».


Vita in campeggio
Di ritorno al campeggio è pronto il pranzo, preparato a turno dai comitati valligiani. Per partecipare alla mensa non è stabilito un prezzo fisso ma si richiede un’offerta libera, e chi non è in grado di pagare può aiutare a cucinare o a raccogliere la frutta dagli alberi selvatici nelle vicinanze. Il menù vegano affianca quello tradizionale, la raccolta differenziata è molto curata, non è possibile trovare nemmeno un mozzicone di sigaretta a terra (non ne vedrò uno in tutta la settimana): l’attenzione all’ambiente circostante, in ogni sua forma, è massima. «Ognuno lavi le proprie stoviglie, qui non siamo in albergo», ricorda un uomo con tono brusco, vedendo un gruppo alzarsi lasciando il proprio piatto sul tavolo.
I campeggiatori, la cui l’età è in genere sotto i trent’anni, non sono soltanto italiani: ho conosciuto un gruppo di spagnoli, diversi francesi, qualche tedesco, dei greci e un ragazzo belga. Sebbene la battaglia sia nata come locale, ora è sentita propria dai ragazzi di tutta Europa. Qui infatti il bersaglio è più grande, e oltrepassa ogni confine: un modello di sviluppo insostenibile e repressivo, un capitalismo che negli ultimi anni sta mostrando il suo volto più violento e corrotto, un progresso giudicato – con Walter Benjamin – «catastrofe».
Un gruppo di ragazzi romani mi si siede accanto. Uno di loro vede che ho con me Walden di Thoreau: «proprio un gran libro – mi confida – si respira libertà in ogni sua pagina», dove libertà è sinonimo di indipendenza, di frugalità, di vita a contatto con la natura e lontana dalla “civiltà”; parliamo di letteratura e di cinema, mente altri due ragazzi vicini discorrono dei problemi della generazione precaria: lo stage, vera e propria forma di «schiavitù» che specula sulla speranza di un futuro stabile; l’università ed il suo sistema di crediti, proprio di una dinamica aziendale che snatura la funzione stessa del sapere (ovvero l’accrescimento di sé, non il mero strumento per raggiungere un posto di lavoro ben retribuito); le difficoltà con il lavoro. Qualcuno mi racconta come vive, una vita fatta di espedienti e di contratti che scadono ancor prima di ricevere la busta paga.
Ogni luogo, qui, è una piazza, ma non mancano le vere e proprie «assemblee popolari» che coinvolgono tutti i campeggiatori: ci si siede in cerchio per terra e si discute fino a quando non si è raggiunto un punto d’intesa (niente voto e “tirannia della maggioranza”, direbbe Tocqueville), chiunque inoltre può proporre un nuovo argomento da trattare, che viene subito affrontato.
Oltre alle assemblee e alle escursioni in montagna le giornate sono scandite da iniziative culturali (conferenze, spettacoli teatrali, concerti) e sportive (tornei di pallavolo, allenamenti di pugilato). All’interno di queste si rinsaldano i legami umani, e chi fino a un minuto prima era sconosciuto all’altro scoprirà d’aver trovato un nuovo amico. Mentre assisto ad uno spettacolo teatrale che denuncia le condizioni dei detenuti nei carceri e nei CIE una ragazza bolognese mi porge sorridendo una tazza di mate, bevanda argentina, simbolo dell’amicizia, donata all’uomo dalle dee Yari e Araì (la luna e le nubi del crepuscolo). Tutto sta in quel gesto, nella condivisione, nella forza dirompente del dono autentico. Perché cos’è il dono, si chiede il filosofo Derrida, se non «proprio ciò che, sospendendo il calcolo economico, non dà più luogo a scambio?».

La stampa locale
Più odiati dei politici SìTav (la quasi totalità) e dei «servi» che presidiano il cantiere sono solo i giornalisti. Nella settimana di campeggio sono riuscito a capirne il perché: le pagine locali dei grandi quotidiani diffusi in Piemonte (“La Stampa” e “Repubblica”), le quali dedicano più spazio e attenzione alle azioni dei NoTav, nella settimana in cui ho potuto assistere di persona agli avvenimenti hanno mistificato completamente la realtà.
Valga per tutti un esempio: il 20 luglio i NoTav organizzano un sit-in davanti alla ditta ItalCoge, azienda impegnata nella costruzione delle recinzioni del sito del tunnel geognostico della Maddalena, per denunciare le irregolarità nell’assegnazione degli appalti (sono risultate vincenti numerose ditte fallite, tra cui la stessa Italcoge; inoltre molte persone impiegate al momento nel consorzio Valsusa-Piemonte sono finite nel 2002 in prigione per turbativa d’asta) e sconfessare le menzogne lanciate a reti unificate sui posti di lavoro creati dal Tav (mentre «su una delibera del CIPE è scritto chiaro che una gran parte dei soldi destinati a quest’opera sono sottratti alle spese della sanità, della scuola e della riforma carceraria», spiega Luigi Oliviero al megafono).
“La Stampa” di Torino del giorno seguente scrive che, a causa del sit-in, «una ventina di lavoratori sono rimasti imprigionati per ore», nello specifico «operai, impiegati, meccanici, persino bambini» (sic!) sono stati «sequestrati dalle 16.30 alle 19.20». Peccato che nessuno avesse bloccato i cancelli, e che perciò chiunque, se l’avesse voluto, se ne sarebbe potuto andare (il cancello davanti al quale si è tenuto il sit-in non era, inoltre, nemmeno l’unica via d’uscita).
La criminalizzazione dei NoTav procede parallela alla messa a tacere delle loro ragioni. Sui giornali locali è impossibile trovare i loro perché (mentre fioccano le dichiarazioni bipartisan dei politici SìTav), siano questi fondati su calcoli economici (il Tav, dati alla mano, è una spesa a fondo perduto: il traffico tra Italia e Francia è passato dai 10 milioni di tonnellate annuali del 2000 ai 5 milioni di tonnellate del 2008 – prima della crisi quindi – fino a giungere, negli ultimi dati disponibili del 2010, a 3,9 tonnellate) o riguardanti la salute (studi dell’Università di Torino e dell’Arpa hanno rivelato concentrazioni di amianto e uranio all’interno del monte che si vorrebbe traforare). Impossibile, così, comprendere il significato di quella disperazione che ha portato Luca Abbà ad arrampicarsi su di un traliccio rischiando la vita, o la rabbia esasperata di chi afferra una pietra per lanciarla contro un altro uomo.

La battaglia
Sabato 21 luglio i NoTav passano all’attacco. Nella «passeggiata notturna», come da programma, l’obiettivo è abbattere le recinzioni a difesa del cantiere. I due schieramenti si osservano senza proferire parola, solo il silenzio sussurra; nei volti, contratti dalla tensione, si possono leggere le intenzioni e le preoccupazioni negli attimi prima dello scontro. Si ode il fragore d’un petardo: da parte dei NoTav è iniziato il lancio di pietre e bombe carta, di risposta arriva il getto degli idranti e l’uso massiccio di lacrimogeni. L’aria diviene irrespirabile, il malessere provocato dai gas CS è fortissimo: riesco a malapena a mantenere aperti gli occhi, il respiro è bloccato dalla forte tosse, la nausea cresce. Non vedo, nel buio del bosco, dove vado; una ragazza dal volto coperto si avvicina per soccorrermi: «prendi», dice, e mi spalma con la mano del malox su occhi e bocca. Sto subito meglio e la ringrazio, riesco finalmente a vederla mentre corre ad aiutare il prossimo. Vicino al sentiero dove cammino, nel luogo in cui sono stati lanciati i lacrimogeni, stanno salendo delle fiamme. Si sussurra che il capo della Digos di Torino, Giuseppe Petronzi, è stato ferito da una bomba carta: poco dopo si sentirà la sirena dell’ambulanza venuta a prenderlo. Nel frattempo le torri faro all’ingresso del cantiere sono state abbattute, così come le reti metalliche. Un urlo liberatorio si alza nella notte: la missione è compiuta, si può tornare al campeggio.
I gas CS formano una grande cappa sopra la vallata coprendo il cielo, che gli elicotteri attraversano continuamente, con il loro frastuono sordo. Domani la militarizzazione si estenderà al di fuori del cantiere, i controlli saranno capillari tanto alla stazione dei treni quanto lungo la strada, le perquisizioni coinvolgeranno anche i valligiani; ma al momento l’unica mia preoccupazione è la scomparsa delle stelle, la più sicura guida in questa notte di fuoco. Guardando sopra la mia testa ripenso alle parole di Thoreau: «Ci siamo piantati sulla terra e abbiamo dimenticato il cielo». I sogni sono rimandati a domani, questa notte si veglierà nel timore di una rappresaglia.

© 25 settembre 2012

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