La Voce di Trieste

A caccia di cinque coturnici

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La scelta curiosa della Regione

Riceviamo da Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf e pubblichiamo:

Domenica 16 ottobre è partita in Friuli Venezia Giulia la caccia a cinque coturnici: cinque, avete letto bene, è il numero massimo di esemplari che la Regione ha concesso ai cacciatori di abbattere su tutto il territorio regionale. A confermarlo è stato l’assessore Claudio Violino in un post pubblicato sul suo profilo facebook “dopo le innumerevoli mail e segnalazioni da parte del WWF e di moltissime persone e associazioni” piovute anche al suo indirizzo per chiedere lo stop alla caccia a gallo forcello e coturnice.

Stop che la Regione però non ha concesso, limitandosi – unico risultato ottenuto dalle associazioni – ad anticipare la chiusura della stagione dal 30 al 13 novembre.

Sulla coturnice, nel suo post Violino ha precisato che a fronte di 880 esemplari censiti nei distretti Tarvisiano, Carnia, Prealpi Carniche e Pedemontana Pordenonese (ma sono solo 445 nel censimento pre-riproduttivo e quindi meno di 225 coppie) e a fronte della richiesta delle riserve di abbatterne 24, “la Regione ha concesso la possibilità di abbattere solo 5 capi in totale”. Un numero che, per il gallo forcello, arriva a 75 esemplari abbattibili.

“Ora l’assessore ci deve spiegare quale senso abbia aprire la caccia per appena cinque esemplari. Sono forse questi 5 – si chiedono ironicamente Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf –, l’adulto e i 4 pulli individuati dagli uffici regionali nei censimenti sul successo riproduttivo? L’unico senso che vediamo nell’aprire la stagione di caccia per abbattere un numero così esiguo di capi è quello di accontentare sempre e comunque le richieste che provengono dal mondo venatorio. Questi numeri ridicoli dimostrano in realtà la situazione drammatica che stanno vivendo queste specie”. Più la popolazione è esigua, inoltre, più è probabile che – sparando a caso – i cacciatori abbattano proprio gli esemplari riproduttivi, col grave rischio di estinguere localmente la specie.

“Inoltre – continuano gli ambientalisti – aprire la caccia anche ad un solo esemplare, e l’assessore dovrebbe saperlo, mette in pericolo tutti gli altri e non solo per il disturbo venatorio, ma anche per l’impossibilità di un controllo sui capi realmente abbattuti. Ci spieghi ad esempio l’assessore quali garanzie ci sono che in una stessa giornata venatoria i cacciatori delle riserve del tarvisiano, della Carnia e della pedemontana a cui sono stati concessi gli abbattimenti non sopprimano contemporaneamente più di cinque esemplari: cosa dovrebbero fare per evitare una tale eventualità? Telefonarsi gli uni con gli altri per comunicarsi reciprocamente i relativi abbattimenti? Come si fa a capire, qualora escano cacciatori anche nella stessa riserva, chi abbatterà l’unico esemplare consentito? Perché la Regione non ha previsto l’obbligo all’assegnazione del capo come misura di controllo? Necessario tanto più che, avendo una recente norma abolito l’obbligo per il cacciatore di segnare immediatamente sul tesserino di caccia il capo abbattuto, il totale dei capi abbattuti si conoscerà solo a fine giornata”.

“Se tutto ciò non bastasse – aggiungono le associazioni – a rendere ancor più difficile un controllo sui capi realmente abbattuti ci sono le condizioni in cui versa la vigilanza ittico-venatoria delle province (su cui gravano ormai compiti generici di polizia locale), mentre quella regionale verrà a breve depotenziata con la chiusura annunciata di diverse Stazioni Forestali”.

“Incomprensibile – concludono Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf – ci pare infine l’atteggiamento dei cacciatori che si dicono paladini dell’ambiente e al tempo stesso chiedono, e sostengono, la caccia  a specie così rare. Il barile è finito e non c’è più nulla da raschiare. Nemmeno le cinque coturnici”.

© 26 Ottobre 2011

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