La Voce di Trieste

Il telefono di Felice – Ultima puntata

Sesta ed ultima puntata del racconto che la scrittrice Sabrina Gregori ha scritto assieme ai lettori de La Voce di Trieste. Un grandissimo ringraziamento a tutti quelli che hanno collaborato alla stesura di questa avvincente storia e a risentirci la prossima settimana con il prossimo racconto!


Era inerme. Non poteva reagire. Il suo corpo non dava segni di vita riconoscibili, ma no, non era morta. La testa le doleva, di un dolore sordo, che sembrava quasi distante. Sul viso sentiva qualcosa di appiccicoso che la copriva come una maschera. Sangue, doveva essere il suo sangue. Gli occhi erano rimasti spalancati e immobili. Vittoria non si era preoccupata di richiuderli. Le palpebre non si muovevano.

La moglie di Felice l’aveva trascinata fuori dalla taverna, poi si era allontanata. Era tornata dopo un paio di minuti con una pesante carriola e l’aveva sistemata lì dentro. Sul viso, contornato da qualche ciuffo biondo cenere sfuggito allo chignon, una maschera gelida nascondeva la sua rabbia. Rosa avrebbe voluto gridare, implorarla di lasciarla andare, se non per lei per il bimbo che portava in grembo, ma nessun muscolo del suo corpo rispondeva ai comandi che avrebbe voluto trasmettere e il suo grido esplose silenzioso nella sua testa, inascoltato.

Vittoria spinse la carriola. Credeva fosse morta, naturalmente. O forse no? Cristo santo, il mio bambino! Non puoi farlo, Felice non ti perdonerà mai!

La carriola venne rovesciata e Rosa finì faccia a terra. D’improvviso, la prospettiva cambiò: ora vedeva tutto dall’alto e nello stesso tempo sentiva tutto nel suo corpo. Sentiva il viso che toccava l’erba e poteva vedere che si trovava nel giardino. La notte era buia, non c’era luna e il cielo era coperto da una leggera coltre di nuvole. La proprietà di Felice e Vittoria era circondata da un’alta siepe, al riparo dagli sguardi dei vicini. Era stata solamente un paio di volte prima d’allora in quella casa. Riconobbe l’angolo del giardino in cui si trovavano e comprese. Sentì un subbuglio dentro di lei, ma niente si muoveva fuori, neanche un battito delle ciglia.

Vide Vittoria liberare il fermo della pesante griglia di metallo che copriva la bocca del vecchio pozzo secco e alzarla, non senza sforzo. D’un tratto ebbe una certezza: aveva programmato tutto. Felice fuori città, la casa tutta per lei, il tempo per nascondere il cadavere… solo che lei non era morta. Chissà come pensava di cavarsela con la sua scomparsa? Quella donna era un diavolo. Il gelo la colse di sorpresa, dentro, fin nel profondo, si sentì ghiacciare. Soltanto la pancia manteneva uno briciolo di disperato calore.

Dall’alto, guardò Vittoria che la sollevava e sentì di essere sollevata. Era forte quella donna, abituata a lavorare all’aria aperta. Ormai aveva capito cosa volesse fare, ma ancora non ci poteva credere. Non poteva credere che non avrebbe mai potuto dire a Felice che aspettava il suo bambino. Non poteva credere che sarebbero stati per sempre così vicini, senza mai più incontrarsi. Non poteva credere che Vittoria fosse capace di seppellire sotto casa il figlio dell’uomo che amava. Amava? Come poteva amare quella donna?

Sentì la testa che le pulsava spietatamente mentre Vittoria sistemava il suo corpo sul bordo del pozzo in disuso. La vide lasciare che il peso della testa la trascinasse verso il basso, mentre le sollevava i piedi e cadde, cadde nella profondità del pozzo.

Vittoria sparì di nuovo. Quando tornò al pozzo aveva nuovamente la carriola e dentro c’erano sacchi di terra da giardino. Un filo di vita scorreva ancora in Rosa, mentre in quella insolita prospettiva la vide aprirli e sentì la terra che le piombava addosso dall’alto e andava a coprirla. Vittoria fece ancora un paio di viaggi e portò altri sacchi. Uno dopo l’altro, li aprì e gettò la terra nel pozzo, fino a che Rosa ne fu completamente ricoperta.

Mentre guardava da quell’incredibile prospettiva la sua aguzzina che rovesciava la terra nella sua tomba, sentiva il respiro che iniziava ad abbandonarla e la vita – le vite – spegnersi dentro di lei, fino a che tutto fu solo buio e silenzio.

 

Adriana si svegliò. Era riversa sul pavimento di cotto della taverna. La cornetta del telefono di Felice pendeva giù dal tavolino, ondeggiando leggermente sul suo cavo a elica.

Si mise a sedere e una fitta violenta arrivò alla testa. Portandosi una mano alla tempia, cercò di riportare il mondo al suo posto. In quell’istante spalancò gli occhi e ricordò tutto ciò che aveva visto… e sentito. Il primo pensiero che le arrivò fu “Non era scappata con i soldi, dunque…” Subito dopo, pensò a quel bambino mai nato e inconsapevolmente portò una mano sulla pancia piatta. Si guardò intorno impaurita, ma ogni cosa era al suo posto. Era da sola, nella sua taverna, e fuori dalla finestra c’era ancora la luce del giorno. Si chiese quanto tempo fosse passato. Ruotò il polso sinistro e guardò il suo orologio: segnava le tre e ventinove minuti. Doveva essere l’ora in cui aveva fatto la telefonata. Possibile?

Spostò lo sguardo e scorse il cellulare lì a terra. Evidentemente era caduto, forse direttamente dalla sua mano, perché non ricordava di averlo posato da qualche parte. L’ora che vide sul telefonino era 16.22. Allora il suo orologio da polso si era fermato, ed era passata quasi un’ora, un’ora in cui lei aveva visto… “Mio Dio, non può essere: ho appena assistito a un omicidio avvenuto più di trent’anni fa!” Un dramma che non avrebbe mai voluto vedere e di cui ora, invece, era stata in qualche modo protagonista.

Si alzò in piedi con cautela, mentre la testa ancora girava incerta. Prese la cornetta del telefono e l’avvicinò all’orecchio con la mano che le tremava. Il telefono era muto. Guardò nuovamente il cellulare e si rese conto che non era in modalità di chiamata. Appoggiò la cornetta avorio nella sua sede e in quel momento vide bene il vecchio telefono: era integro, non c’era più alcun segno del pezzo rotto nella caduta sul palcoscenico e poi incollato da Renzo. Allontanò di scatto la mano dal telefono, quasi scottasse. Il suo cervello le diceva che ciò che i suoi occhi vedevano non era possibile.

Prese il cellulare e digitò sui tasti, impaziente. Menù, Registro Chiamate, Chiamate Effettuate: CASA. La chiamata era odierna, l’ora segnata era 15.29. Guardò i dettagli. Tempo di conversazione: 0.00. la chiamata non aveva ottenuto risposta, almeno a quanto registrava il suo cellulare.

Adriana si precipitò in giardino e arrivò al pozzo. Quando le avevano mostrato la casa la prima volta, le avevano parlato del pozzo, che si trovava su quel terreno ancor prima dell’edificazione della villetta. “Sono molti anni, ormai, che è secco”, le avevano detto. “Si tratta, più che altro, di un elemento decorativo. La precedente proprietaria, come vede, ne aveva fatto una fioriera”. E infatti, c’era ancora un grande vaso basso e circolare, che in quel momento conteneva solamente erbacce che crescevano in poca terra secca.

Il vaso Adriana lo aveva tolto e aveva lasciato a vista la griglia in metallo, che sicuramente aveva bisogno di una sistemata. Ma c’era tempo per questi dettagli, aveva pensato. Ora non ne era più così sicura.

Appoggiò la mano sul pozzo e per un attimo sentì le pietre vibrare. Una enorme tristezza la invase. Si accucciò accanto al vecchio pozzo e pianse, sotto il sole di aprile.

Quando più tardi, quel pomeriggio, Renzo rientrò dalla partita, Adriana non ebbe più alcun dubbio e alcuna remora: gli raccontò tutto. Tremò dall’inizio alla fine del suo racconto. Incredibilmente, quell’uomo pragmatico e concreto credette alla sua storia. La abbracciò e la tenne stretta fra le braccia fino a quando non sentì il suo tremore sciogliersi. La notte Adriana si addormentò ed ebbe un sonno profondo, senza sogni.

Non chiamarono la polizia, non pensarono di lasciare la casa. Il giorno dopo, sistemarono un vaso di gigli bianchi sulla griglia del pozzo e, lì accanto, un piccolo crocefisso.

Il telefono di Felice non funzionò mai più.

 

Qui potete leggere la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte del racconto di Sabrina Gregori

© 19 aprile 2011

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