La Voce di Trieste

Il telefono di Felice – Quinta puntata

Quinta puntata del racconto che la scrittrice Sabrina Gregori (sabrygregori@libero.it) ed i lettori de La Voce di Trieste stanno costruendo assieme. Continuate a mandare  suggerimenti e idee a Sabrina Gregori e scoprite come andrà a finire Il telefono di Felice!


Non era stato affatto facile. Dopo aver preso la sua decisione aveva passato una notte agitata. La mattina seguente era stata sul punto di raccontare tutto a Renzo, ma all’ultimo momento si era trattenuta: era una storia talmente assurda! Suo marito era un uomo troppo pratico per entrare nell’ordine di idee che uno spirito si facesse vivo ripetutamente in sogno e forse anche al telefono. Effettivamente, anche lei faticava a trovarvi un senso. Era sicura, però, di non essersi inventata quella voce.

Passò la mattinata di quell’inquieta domenica in giardino, mentre Renzo si dedicava a riordinare il capanno degli attrezzi. Le piante sembravano ubriacarsi di primavera, il loro risveglio trasmetteva una sensazione di euforia. Il sole cominciava a scaldare sul serio, si poteva lavorare in t-shirt. Nonostante questo, Adriana sentiva freddo. Cercò, in questo modo, di far passare le ore che la dividevano dal momento in cui si sarebbe trovata sola in casa e avrebbe potuto provare a fare la bizzarra telefonata.

Quando alle tre del pomeriggio finalmente Renzo uscì di casa, trascorse venti minuti seduta sul terrazzo, sotto il sole, a rigirare il cellulare fra le mani. Ad un tratto, come se avesse fatto il pieno di energia e fosse davvero carica, si alzò e andò in taverna. Il telefono di Felice era al suo posto. Adriana si avvicinò. Lo sguardo cadde subito sul profilo del pezzo incollato. Fece fatica a staccarlo da lì.

Le dita cercarono i tasti sul suo cellulare. Rubrica, Cerca, Casa, Invio. Drin, driin, driin. Il vecchio telefono emise il suo trillo senza tempo. Adriana pose la mano sulla cornetta color avorio e la sollevò con prudenza.

<Pronto?> La risposta le uscì automatica, per rendersi conto un attimo dopo della sua stupidità.

Silenzio.

<C’è qualcuno?> Non era forse ancora più idiota questa nuova uscita?

Silenzio.

Adriana pensò che non poteva funzionare, ma attese.

Silenzio.

Quando stava per mettere giù la cornetta – era delusione o sollievo quella sensazione che le faceva formicolare lo stomaco? – sentì qualcosa. Riportò rapidamente il telefono all’orecchio.

Le frasi di una conversazione le arrivarono da lontano.

Felice non c’è e noi dobbiamo vederci.

Lo sai bene perché. Lo sai tu e lo so io. Questa cosa sta andando avanti da troppo tempo.

Sì! Innanzitutto volevo che ti metti le mani sul culo. Accidenti, si tratta della mia vita!

Adriana non aveva dubbi: era la voce roca delle “interferenze”, ed era piuttosto agitata. Stava parlando con qualcuno, ma lei sentiva solamente le sue parole. Era Vittoria?

No che non mi sbaglio: lo so bene quello che dico. Pensi forse che io sia cretina?

Non penserete davvero di aver risolto la questione, vero?

Felice è mio marito. Due donne sono troppe. È necessario trovare una soluzione, la cosa più giusta da fare, ed è compito nostro.

Lasciamolo fuori. È meglio discuterne prima fra noi. Scopriamo le carte, è ora. Me lo devi, in fondo, non ti pare?

Vieni qua, allora. È giunto il momento di parlarne, non credi?

Io e te, cara, dobbiamo parlarne io e te, io e te, io e te, io e te….

Il respiro le si era fatto affannoso. Adriana aveva paura, un senso di inevitabilità le stava piombando addosso. La stanza prese a girare vorticosamente attorno a lei, fino a quando davanti agli occhi arrivò il buio, come se qualcuno avesse calato un pesante sipario.

 

Si trovava in piedi nella taverna. Le pareti, però, non erano bianche e brillanti di pittura nuova, ma color crema. Il pavimento era in linoleum, con un disegno sui toni del verde scuro. Lo riconobbe: lo avevano fatto togliere prima di piastrellare tutto in cotto. Dall’unica grande finestra si vedeva il buio della sera. Il lampadario appeso al soffitto era spento e una luce soffusa arrivava solamente da una piantana posta accanto al divano. Nella stanza c’erano molti oggetti, ne riconobbe diversi. In fondo a sinistra, il caminetto era spento. In posizione laterale, vicino alla finestra, vedeva il bel tavolo di legno che conosceva. Accanto al tavolo, su di una mensola in marmo, il telefono di Felice era integro e splendente.

Conosceva anche la donna di fronte a lei, la stessa delle foto, la stessa dei suoi incubi: Vittoria. Aveva i capelli biondo cenere raccolti in un elegante chignon. L’abbigliamento, invece, era informale: pantaloni jeans scuri e un maglioncino nero. Gli occhi erano azzurro ghiaccio.

<Pensavi davvero che non lo sapessi?>

<Vittoria, io non…> La voce che sentì non era la sua, ma proveniva da lei. Non era stata lei a pronunciare quelle parole, eppure giungevano dalla sua bocca.

<Sì, sì, lo riconosco, siete stati davvero bravi, molto discreti.> La donna passeggiava lentamente per la stanza, davanti a lei. I movimenti erano flemmatici, ma a guardarla negli occhi sembrava una bomba pronta ad esplodere. <Io, però, conosco bene Felice. Lo conosco da molti, molti anni. Forse non sono stata tanto attenta per certe cose…>, si fermò a riflettere sulle sue parole, perdendo per un attimo lo sguardo gelido sulla parete. Sul viso le si dipinse un’espressione di rammarico <ma so leggere bene fra le sue righe.> Vittoria si fermò e si girò repentinamente verso di lei, fissandola.

<Quante persone lo sanno, eh? Quanti mi ridono dietro?>

<Non lo sa nessuno, non è come pensa lei…> Adriana assisteva a un film, ma era anche uno dei personaggi. Partecipava passivamente alla scena dal punto di vista dell’interlocutrice di Vittoria, che parlava bene in italiano, ma con una leggera cadenza spagnoleggiante.

<È mio marito, Rosa, non puoi portarmelo via.>

<Lui mi ama.> Certo, la segretaria, la donna che era fuggita con i soldi. E l’amante di Felice, dunque.

<Non c’è spazio per te, non lo capisci?>

<No, è lei che non capisce. Felice non voleva dirglielo perché gli fa male ferirla. Le vuole bene e non vorrebbe farle questo, ma…> Adriana sentiva il cuore batterle forte nel petto.

<Non c’è nessun “ma”. Quello che c’è tra me e mio marito non ha niente a che fare con la sbandata che ha preso per te. È stato uno scivolone di mezza età, ora si è concluso.>

<Si sbaglia, Vittoria, non è questo che io sono per lui. Ci pensi, pensi agli ultimi anni che avete trascorso insieme, pensi alle notti senza calore, pensi a ciò che realmente stava dietro ai vostri sorrisi. Non capisce che l’ha lasciato andare?> Rosa aveva paura, questo Adriana lo percepiva chiaramente. La moglie di Felice la metteva in soggezione, ma qualcosa la spingeva ad affrontarla.

<Ma cosa stai dicendo? Come ti permetti? Chi credi di essere tu, piccola troietta spagnola, per prenderti il mio uomo e venire qua a giudicarmi?>

<Io non voglio giudicarla, desidero soltanto farle capire perché le cose sono andate così e perché ora Felice con me è un uomo nuovo, che ha un’altra chance. Vittoria, mi spiace dirglielo, so quanto sia doloroso per lei, ma c’è qualcosa che sta più in alto di noi, un motivo più valido del nostro amore o del nostro orgoglio, per unire Felice a me: io aspetto un bambino, sono incinta di suo figlio. Felice ancora non lo sa, ma glielo dirò appena rientra da Milano, ormai ne sono certa.>

Vittoria sembrò essere trafitta da una spada. Indietreggiò incerta, pallida in volto.

<Non è vero>, disse, con voce così bassa che quasi non si sentì. <Non sei così giovane da poter…>

<Ho trentanove anni. Lo so, credevo anch’io che ormai… Non ho mai avuto figli, mio marito è morto giovane, però… Ora è successo.> Adriana sentì il corpo di Rosa tremare.

<Stai mentendo>, ripeté, tagliente questa volta.

<Non lo farei mai, Vittoria. È la verità.>

Lo sguardo di Vittoria cambiò. Un lampo improvviso le attraversò il volto. Arretrò di alcuni passi e urlò.

<Lurida puttana!>

Tutto avvenne in un attimo.

Quando si fece in avanti verso di lei, la mano destra nascondeva qualcosa dietro la schiena. Inaspettatamente Vittoria la alzò e Adriana-Rosa ebbe appena il tempo di vedere l’attizzatoio del caminetto calare violentemente su di lei.

Sipario nero, fine secondo atto.

 

(continua)

Leggete la prima, la seconda, la terza e la quarta parte del racconto e scrivete a Sabrina Gregori (sabrygregori@libero.it) i vostri suggerimenti!

© 19 Aprile 2011

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