La Voce di Trieste

Il telefono di Felice – Terza puntata

Nuova puntata per il racconto scritto dai lettori de La Voce di Trieste e da Sabrina Gregori. Grazie ai vostri suggerimenti siamo giunti alla terza parte del racconto, ma non è finita! Leggete e continuate a scrivere a Sabrina Gregori (sabrygregori@libero.it) e la prossima settimana scoprirete come i vostri suggerimenti si sono trasformati in letteratura!

Gli incubi iniziarono quella sera. Adriana aveva pensato che la voce del telefono non fosse poi troppo importante, ma i sogni fecero sì che lo diventasse. Nel sogno aveva un alterco con una donna, che poteva avere all’incirca sessant’anni. Si capiva che in gioventù doveva essere stata bella. Ora il viso scavato aveva perso lo splendore di un tempo, ma i zigomi alti e due occhi azzurro-grigi vibranti di dignità lasciavano intuire che fosse abituata a non passare inosservata.

Si trovavano in un posto in penombra e la donna di fronte a lei era visibilmente arrabbiata. Adriana non capiva per quale motivo la aggredisse, ma aveva paura. Era in pericolo e non riusciva a muoversi. Avrebbe voluto cercare di calmarla, ma non le usciva la voce. All’improvviso, gli occhi della donna divennero gelidi e Adriana la vide alzare un oggetto pesante, irriconoscibile nella penombra, che calava poi verso di lei.

La prima notte si svegliò urlando e balzò a sedere sul letto. Renzo si destò immediatamente.

<Tesoro, cosa succede?> Aveva parlato sottovoce, ma Adriana trasalì come se le avesse gridato nell’orecchio.

<Scusa… ho fatto un sogno… che angoscia. Senti,> prese la sua mano e la portò sotto il seno sinistro, <ho ancora il cuore a mille.>

Renzo le accarezzò il seno sopra la leggera camicia da notte in seta e la baciò.

<Vuoi che ti porti un bicchiere d’acqua?>

<Sì, ti prego.>

Il ritmo del cuore andò calmandosi, mentre anche i particolari del sogno si perdevano fra le pareti famigliari della sua camera. Rimaneva però una sottile paura. Non seppe dire il perché, ma in quel momento le tornò alla mente il telefono. Renzo entrò con in mano un bicchiere.

<Ecco, piccola.> Glielo porse sedendosi sul letto accanto a lei.

<Grazie.>

<Vuoi raccontarmi qualcosa di questo brutto sogno?>

<No, già non me lo ricordo. C’era qualcuno che mi aggrediva, credo.> Effettivamente, cercando di mettere a fuoco il suo incubo, aveva molta difficoltà. D’improvviso si volse verso il marito. <Stasera, quando parlavi al telefono con Mari, tu hai sentito niente? Nel senso, tipo un’interferenza, o qualcosa del genere.>

Troppo assonnato per essere sorpreso della domanda a quell’ora della notte, Renzo scosse il capo sbadigliando.

<A parte Aldo che gridava “Ciao” per salutarmi, direi proprio di no. Perché? C’entra col sogno?>

<No, non credo. È che a me, invece, sembrava… Ma no, niente, lascia perdere. Grazie tesoro>, concluse baciandolo.

Bevve rapidamente l’acqua, posò il bicchiere sul comodino e si sistemò nuovamente sotto le coperte.

 

Il sogno si ripeté nelle notti seguenti. Non sempre riusciva a ricordarlo, a volte al risveglio rimaneva soltanto la paura dell’aggressione. Adriana divenne più inquieta. In qualche modo che non si riusciva a spiegare, la sua mente creava un collegamento tra l’incubo notturno e la voce che aveva sentito durante le telefonate in taverna. Senza quasi rendersene conto, si tenne alla larga dal vecchio telefono di Felice.

Qualche giorno dopo, rovistando in solaio in cerca di un costume teatrale utilizzato nella commedia dell’anno precedente, si imbatté in una scatola che non riportava alcuna scritta per identificarne facilmente il contenuto. Pensando potesse contenere il costume, la aprì. All’interno trovò invece una serie di oggetti che erano appartenuti a Felice e alla moglie. Ricordò allora che con Renzo avevano riempito quella scatola raccogliendo gli effetti personali dei precedenti proprietari trovati nella nuova casa, con l’intento di darli poi al nipote. Evidentemente, presi dai lavori in casa e dal trasloco, se n’erano scordati. Si ripromise di chiamarlo al più presto per consegnargliela.

Il fascino della scatola che conteneva il passato di due persone che avevano vissuto e amato la sua casa prima di lei la conquistò e Adriana aprì la busta che conteneva le fotografie dei due coniugi. Nella prima che le capitò fra le mani, un uomo in tenuta da mare le sorrideva da una spiaggia di sabbia. Sul retro della foto c’era scritto con un’elegante calligrafia “Felice, luglio 1966, Rimini”. Subito dietro trovò la foto di un bel cane lupo in un angolo di quello che riconobbe come il giardino della loro casa e poi… poi le si fermò il respiro. Tra le dita teneva l’immagine di una donna che conosceva soltanto in sogno: la signora dagli occhi azzurri che la aggrediva negli incubi delle ultime notti. La foto successiva li ritraeva entrambi: Felice e la moglie, abbracciati sotto un albero di ciliegie in fiore. Adriana, bianca in viso, girò la fotografia. Sul retro poté leggere una scritta: Vittoria e Felice, aprile 1984.

Chiuse la scatola con un gesto convulso e si accorse che il suo respiro era diventato affannoso. Si impose di calmarsi e si sedette sul pavimento di laminato noce del solaio, accanto alla scatola. Dopo qualche attimo, ritrovò il controllo, riaprì la scatola e prese le foto.

Sforzandosi di restare calma, le guardò attentamente. Vittoria, la donna che, per quel che ne sapeva, aveva vissuto in quella casa con suo marito Felice dal 1964, anno in cui era stata costruita, era sicuramente la stessa che occupava i suoi brutti sogni. Le foto la ritraevano anche da giovane e Adriana ebbe conferma che era stata davvero una donna avvenente. Ciò che più colpiva di lei erano senza dubbio gli occhi, di straordinaria bellezza, quasi ipnotici. Guardandola nelle immagini, si fece l’idea di una persona riservata, che non rideva ma sorrideva, con garbo, mentre il marito aveva un’aria solare e aperta, da persona espansiva e disinvolta. Girando le foto fra le mani, l’iniziale angoscia si attenuò.

Adriana ripose le fotografie e chiuse la scatola, ripromettendosi di consegnarla al nipote di Felice, ma con calma, perché ora sentiva l’esigenza di saperne qualcosa di più.

 

(continua)

Leggete la prima e la seconda parte del racconto e scrivete a Sabrina Gregori (sabrygregori@libero.it) i vostri suggerimenti!

© 6 Aprile 2011

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