La Voce di Trieste

Il telefono di Felice – Seconda puntata

Le idee dei lettori hanno ispirato la seconda parte del racconto. Dopo aver pubblicato la prima parte del racconto “Il telefono di Felice”, i lettori de La Voce di Trieste hanno scritto a Sabrina Gregori (sabrygregori@libero.it) per proporle come proseguire la storia. Questa seconda puntata è il frutto delle vostre idee e dei vostri suggerimenti! Ma non è finita qui: continuate ad inviare le vostre idee e costruite il racconto insieme alla scrittrice!

Sua madre assunse quel tono straordinariamente seccato che significava “Sto perdendo la pazienza”. Era evidente che lei non aveva detto e sentito nulla di quella frase (Non penserete davvero di aver risolto la questione, vero?). Però Adriana sì, l’aveva udita sparata nella sua testa, forte e chiara, stavolta. La voce, ora lo poteva dire con certezza, era di donna. Cercò di mettere a fuoco qualche altro particolare. Le era sembrata una voce leggermente roca.

<Ehi, ci sei?>

<Sì, scusa, mamma, ci sono. Stavo cercando di capire… è che ci devono essere delle interferenze. Vuoi che ti richiami dal telefono del salotto?>

<No, no, facciamo così: domani pomeriggio vengo da te, così ti porto quel libro di cui ti ho parlato, e ti racconto tutto. Vengo per le sei, d’accordo? Sarai già rientrata, no?>

Adriana avrebbe preferito il telefono, con cui poteva tenere sua madre alla debita distanza, ma sapeva che non ci sarebbe stato verso.

<Va bene, ti aspetto alle sei>, rispose senza tentare di mascherare la rassegnazione, che sua madre non colse, o ignorò volutamente.

Appoggiò la cornetta del telefono e rimase qualche istante a contemplarla. Lo sguardo le cadde sui segni del contorno del pezzo rotto e incollato, che un occhio attento avrebbe notato. La sensazione che provò fu paragonabile a quella che la invadeva ogni volta che allo specchio alzava la testa e scorgeva sotto il mento la cicatrice della sua caduta in bicicletta, ricordo dell’estate dei suoi nove anni, in campeggio. Il dolore era lontano, ormai, ma il fastidio di essere stata così stupida rimaneva sempre.

Scrollò le spalle e tornò a dedicarsi alle fotografie.

 

Passarono due settimane prima che Adriana si trovasse nuovamente in taverna quando suonò il telefono. Era un sabato mattina, giorno di pulizie.

<Pronto?>

<Sì, buongiorno, Arte&Divani. Cercavo la signora Bonetti, per cortesia.>

<Mi spiace, ma deve aver sbagliato numero.>

No che non mi sbaglio: lo so bene quello che dico. Pensi forse che io sia cretina?

Adriana esitò inebetita, cercando di focalizzare un ricordo, e subito dopo la riconobbe: era la voce dell’interferenza nella telefonata con sua madre.

<Mi scusi, non ho fatto il…>

<Ha sentito anche lei?>, la domanda le scappò di bocca prima ancora di poter pensare che forse non era una buona idea.

<Sentito cosa?>, chiese il tizio al telefono.

<Una voce, un’interferenza? La sento solo io?>

Sentì l’esitazione del commesso di Arte&Divani e il calore le avvampò sulle guance.

<No… beh, allora, se lei non è la signora Bonetti, mi scusi, arrivederci>, aggiunse il tizio rapidamente e riagganciò.

“Avrà pensato che sono una pazza che sente le voci! Ma è così, poi, no? Io sento delle voci. Anzi, no: sento una voce”. La mano riaccompagnò incerta la cornetta sul telefono. Adriana passò il dito sul contorno del segno del pezzo incollato, sovrappensiero, e le parve di sentire una specie di scossa. Si risvegliò dalla sua contemplazione confusa.

“Dev’essere per forza un’interferenza, magari con qualcuno che abita nella zona, qui a Opicina. Non può essere altrimenti”.

Si lasciò convincere dalla sua stessa spiegazione e riprese le pulizie.

 

La terza volta in cui successe, Adriana si trovava in taverna assieme a Renzo. Stavano guardando un film in dvd: “L’era glaciale”, uno dei loro preferiti. Renzo adorava Scrat, quello “stupido scoiattolo presitorico”, come lo chiamava lui.

Era una domenica pomeriggio e il divano sembrava un paradiso, specialmente con un vagone di pop corn a portata di mano.

Quando il telefono squillò fecero a pari e dispari per chi doveva andare a rispondere. Pari, toccava a lei. Renzo allungò il braccio per premere “pause” sul telecomando del lettore dvd.

<Fai in fretta, Adri, che siamo sul più bello>, la punzecchiò, portandosi una manciata di pop corn in bocca.

<Sì?> Era la risposta telefonica che usava quando aveva intenzione di dedicare all’interlocutore il minor tempo possibile. Inconscia, naturalmente.

<Ciao, sono Mari. Ti disturbo? Sei parlabile?> Non conosceva nessun altro, oltre a Marianna, che usasse quella formula telefonica: “Sei parlabile?”. Era un tipo divertente, la Mari.

<Ciao. Stiamo guardando un film, ma abbiamo messo in pausa, dimmi pure.> Tradotto: per ora non disturbi, ma non andare troppo per le lunghe.

<Allora faccio subito: volevo solo avvisarti che domani sera non riusciamo a venire a cena, perché Aldo avrà una riunione di lavoro fino a tardi.>

Vieni qua, allora. È giunto il momento di parlarne, non credi?

Eccola! Di nuovo lei, la voce. Adriana decise di provare a prendere tempo.

<Ah… Peccato. Beh, magari facciamo un’altra volta, tipo venerdì?>

Io e te, cara, dobbiamo parlarne io e te.

<Venerdì penso che vada bene, sì. Grazie Adri.>

<Ma tu senti qualcosa di strano? Voglio dire, ora, al telefono?>

<Di strano? Tipo?>

Evidentemente l’interferenza riguardava soltanto la loro linea, l’interlocutore non la sentiva. Che cosa curiosa, pensò.

<Mmm… aspetta un attimo che ti faccio parlare anche con Renzo, per venerdì.> Adriana non diede all’amica il tempo di rispondere, abbassò la cornetta sul tavolino e si rivolse sottovoce al marito.

<Renzo, per favore, vai un attimo al telefono con Mari, che vi mettete d’accordo per cenare tutti assieme.>

<Devo proprio? Non potete fare voi?>

<Vai e ascolta bene la conversazione, ok? Dopo ti spiego.>

Renzo si alzò dal divano malvolentieri e trascinò i piedi fino al tavolino del telefono. Adriana, invece, si appoggiò alla parete, in modo da vedere Renzo in viso mentre parlava al telefono. Si aspettava qualche espressione di sorpresa, o perlomeno una faccia corrucciata, ma non ci fu niente del genere. Renzo prese accordi per la cena del venerdì, salutò Marianna e appoggiò la cornetta del telefono di Felice nella sua sede.

 

(continua)

 

La prima parte del racconto Il Telefono di Felice è stata pubblicata qui

© 31 Marzo 2011

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