La Voce di Trieste

Il telefono di Felice

Come proseguirà il racconto lo decidete voi!

Questo nuovo racconto di Sabrina Gregori è un po’ particolare: qui vi forniamo l’inizio e sarete voi a decidere come proseguirà! Scrivete le vostre idee direttamente alla scrittrice (sabrygregori@libero.it) che sceglierà quale spunti usare per proseguire il racconto: costruirete così, insieme a Sabrina Gregori, il “Il telefono di Felice”.

 

Il telefono cadde sul pavimento, producendo un tonfo sordo accompagnato da un “clang” del suo campanello. Era uno di quei telefoni di una volta, di un bel color avorio, tipo anni ’60, con la rotella per comporre i numeri, per intendersi. Proprio per questo l’avevano portato in scena: perché era adatto per l’ambientazione della commedia.

Erano giunti alla quinta replica. Adriana si era seduta sulla poltroncina, sistemata all’altro lato della scrivania del protagonista, e aveva alzato la cornetta in quel gesto che doveva essere una simulazione di telefonata. Aveva portato la cornetta all’orecchio, girandosi verso l’attrice che interpretava sua sorella, e le aveva detto la sua battuta, ma il cavo si era aggrovigliato. Il suo gesto aveva trascinato l’apparecchio fino al bordo della scrivania e in un attimo “stonf”, “clang”, il telefono a terra e tutto il pubblico a ridere.

“Porca miseria!” Primo pensiero.

Secondo pensiero: “Ridono! Ma certo, è inevitabile. Cavalchiamo l’onda!”

<Oh, cara, ho rotto tutto! Che sbadata. Ma non preoccuparti: domani ti compro la colla per rimettere assieme i pezzi!> Altre risate: la battuta aveva funzionato e l’inconveniente in scena era stato risolto. Adriana non era certo una che si perdeva in palcoscenico. Però questo imprevisto le aveva procurato una sottile inquietudine.

La commedia stava andando fortissimo, ogni sera meglio. Era molto soddisfatta: interpretava un personaggio davvero divertente e stravagante. Era la caratterista, e il pubblico le dedicava generosi applausi a scena aperta. Anche questa volta la compagnia aveva fatto centro. Quella sera era tornata a casa felice, dopo i festeggiamenti e la pizza tutti assieme in camerino.

Solo c’era questa cosa del telefono rotto. Fastidiosa, davvero.

Sì, perché il telefono era suo. L’aveva ereditato dal precedente proprietario della casa in cui era andata ad abitare con Renzo, quando finalmente si era deciso a chiederle di sposarlo. Avevano acquistato assieme quella casetta, a Opicina, sul carso triestino. Il precedente proprietario era un vecchio, vedovo da anni, senza figli. Quando era morto, due anni prima, la casa era stata ereditata dal nipote, il figlio della sorella di Felice, così si chiamava il vecchio. Il nipote aveva lasciato un sacco di roba nella casa, fra cui questo telefono, che era funzionante, tra l’altro. Adriana l’aveva pulito e lucidato. L’avevano sistemato nella taverna. Era seccante che si fosse rotto.

Il giorno dopo ci fu l’ultima replica. Il telefono venne sistemato con del nastro color giallo pallido. Era girato nel verso contrario rispetto alla platea, il pubblico non poteva accorgersi del rimedio frettoloso.

Dopo la replica della domenica arrivava il momento in cui si smontavano le scene e si raccoglievano gli oggetti, tutti assieme, come si faceva nelle compagnie amatoriali. Adriana aveva sistemato i suoi costumi nel borsone e raggruppato gli oggetti di scena di sua competenza, fra cui il telefono di Felice, come lo chiamavano con Renzo. Probabilmente ci sarebbero state alcune rappresentazioni da fare in qualche teatro della provincia di Trieste, forse anche in regione. Bisognava aver tutto pronto per l’eventualità. Comunque sia, repliche o non repliche, il telefono era suo e, se Renzo fosse riuscito a riparare il danno, sarebbe ritornato in taverna, a fare il suo lavoro.

Chissà cosa avrebbe detto Felice. Quel telefono era stato perfetto per tanti anni, ora era arrivata lei ed ecco qua: rotto nel giro di sei mesi. Sì, era proprio seccante.

Renzo era un mago. Non glielo diceva abbastanza, questa era la verità. Era riuscito a riparare tante di quelle cose in casa! Ce l’aveva fatta anche col telefono. Il danno non era stato così grave, per fortuna. Non così grave.

Il vento soffiava davvero forte, fuori. Gli album di fotografie erano accatastati sul bel tavolo di legno massiccio della taverna. Anche quello era di Felice, ed era un tavolo bellissimo, composto da tessere di legni diversi. Lavori che si facevano una volta e che ora soltanto pochi artigiani potevano realizzare, artisti veri e propri.

Adriana si era persa. Succede sempre così con gli album di foto: è sufficiente aprirne uno e si rimane prigionieri delle immagini. Si resta incastrati nei ricordi che emanano, una tira l’altra e ci si ritrova a sfogliare le pagine e girare la carta velina che le protegge. Stava osservando quelle della vacanza in Messico, con Renzo. Un sorriso bonario le si era stampato sulle labbra: era lei quella figura maldestra che scendeva le scale della piramide di Kukulkan, a Chichen Itza, col sedere attaccato ai gradini? Sì, era proprio lei.

Il suono del telefono la riportò indietro. Le piaceva il suono del telefono di Felice, le ricordava la sua infanzia. Lasciò l’album sul tavolo e andò a rispondere.

<Pronto?>

<Sono io, ti disturbo?>

<Mamma, ciao. No, non mi disturbi. Sistemavo fotografie>, rispose, continuando a sfogliare le pagine.

<Ah, un bel passatempo. Dovrei farlo anch’io, ne ho a bizzeffe. Tuo padre ha il dito facile con la macchina fotografica: ne fa una marea e le vuole sempre stampare. Tanto poi sono io che le metto in ordine.>

<Già. Volevi qualcosa?>

Sì! Innanzitutto volevo che ti metti le mani sul culo.

La voce le arrivò dritta nell’orecchio, gracchiante.

<Come hai detto?> chiese, incredula.

<Cosa?> rispose sua madre, di rimando.

<Adesso, cos’è che hai detto? Ho sentito…>

<Io non ho ancora detto niente! Ma effettivamente avevo da raccontarti qualcosa a proposito della commedia. Ti interessa?>

Doveva essersi sbagliata, forse un’interferenza. Eppure le era sembrato proprio… mah.

<Ah… Sì, mi interessa, solo che mi pareva… Hai sentito Zidarich?> Zidarich era il presidente delle Compagnie Riunite.

<Figurati se quello si fa sentire! Se non gli corriamo dietro noi per avere un’opinione, non si spreca mai. No, ho parlato con Antonini, il giornalista.>

Non penserete davvero di aver risolto la questione, vero?

<Quale questione? Mamma, hai parlato tu ora?> domandò incerta.

<Sì, certo che ho parlato io! Con chi sei al telefono, scusa? Ti dicevo di Antonini…>

<No, dopo.> Il tono della sua voce la sorprese per quanto risultò basso.

<Dopo cosa?>

<Dopo di Antonini…> insistette.

<Adriana, cos’è: hai la televisione accesa? Possibile che quando ti chiamo io c’è sempre qualcosa che disturba la conversazione?>

 

Continua

© 22 marzo 2011

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