La Voce di Trieste

Da Trieste in viaggio verso l’Urbe

di

Persone e personaggi viaggianti

Questa volta non è il solito viaggio per Treviso, ma la destinazione è Roma, la capitale. Sono emozionata come una scolaretta, anche perché è da tempo che non viaggio più da sola. In genere sono sempre in buona compagnia, ma questa volta no. O meglio sono in compagnia di altri viaggiatori a me però, totalmente sconosciuti. Il treno su cui mi trovo, diretto a Mestre, dove prenderò la coincidenza per Roma, è uno di quei treni tristi e sporchi che non invogliano certo il viaggiatore a sedersi su una delle sue poltrone. Vicino a me c’è una giovane donna che ha appena acceso il pc ed è in procinto di collegarsi ad internet. Sono quasi le 14.44 e tra poco si dovrebbe partire. Ecco. Le  porte si stanno chiudendo proprio ora. Spero solo che il treno non abbia ritardi, perché la coincidenza a Mestre è piuttosto risicata. Come al solito non riesco a trattenermi e tento una conversazione scoprendo così che la ragazza è al sesto anno di medicina e che sta ritornando a casa, a San vito al Tagliamento. Le piacerebbe specializzarsi nelle malattie dell’apparato digerente, ma a Trieste non c’è nulla e sarà costretta a trasferirsi in un’altra città. La conversazione continua per qualche minuto ancora, arrivando a parlare anche della crisi che attanaglia l’Italia. Poi basta. Lei non mi chiede nulla, segno che vuole terminare la conversazione. E io mi adeguo e riprendo a digitare sulla tastiera.

Mi appare il mare, liscio, calmo, e su di esso si addensa una leggera nebbiolina che rende il tutto ovattato e silenzioso. Anche all’interno dello scompartimento i viaggiatori sembrano in simbiosi con il paesaggio esterno e sono tutti un po’ assonnati. Non c’è grande affollamento, ma vista l’ora è più che comprensibile. Quasi quasi verrebbe voglia anche a me di appisolarmi, ma poi ci ripenso e mi dico che non posso buttare così, sei ore della mia vita e che per dormire c’è tempo. Il problema è che negli scompartimenti dei treni c’è sempre molto caldo, ma per fortuna questa volta mi sono vestita in modo leggero. In una parola sono stata lungimirante e ora non rischio di schiattare.

Alla stazione di Cervignano salgono almeno una decina di extra-comunitari. E il silenzio è rotto per sempre. Perché questi non parlano normalmente, ma gridano. Non ho pensato di portare le cuffie e questo vociale è davvero insopportabile. Mi sposto. La ragazza seduta vicino a me mi sorride, complice, e mi dice: io ho le cuffiette. Io no. E mi trasferisco nell’altro scompartimento.

Molto meglio: qui è tutto silenzioso e questo mi permette di scrivere indisturbata. Fa capolino anche il sole: è solo per un attimo, ma è sufficiente per rischiarare un po’ la mente.

Arrivo a Mestre e per la prima volta salgo su una Freccia Argento. Per me, abituata a viaggiare al massimo sul regionale veloce, è certamente un bel salto di qualità. Padova, Bologna, Firenze e sono a  Roma, in tre ore e mezza. Un bel record direi. Peccato solo che il costo del biglietto non sia proprio economico: 76 euro. L’interno però è molto accogliente e pulito. Anche l’impianto illuminazione è d’effetto: piccoli spot emanano una luce soffusa che rende l’ambiente molto rilassante. Le persone, poi, parlano sottovoce e anche i bambini presenti si sentono appena. Forse la selezione è sul prezzo. Il posto che ho scelto alla biglietteria self service non è stato dei migliori, ma vi sfido a capire dall’orribile disegno che appare a video, quale sia la direzione in cui va il treno. Per fortuna che a Padova non salgono molte persone così mi posso spostare.

Mi piacerebbe fare conversazione con qualcuno, ma la poca gente che c’è o sonnecchia o lavora al computer. Diciamocelo: gente un po’ noiosa o forse semplicemente stanca della settimana appena trascorsa.

Il treno fila che è una meraviglia. Ci sono addirittura dei piccoli monitor posti sopra le teste dei passeggeri che, in tempo reale, danno la posizione del treno, oltre che informare sulla temperatura della prossima stazione di arrivo e delle temperature, in generale, dell’Italia. La poltrona sulla quale sono seduta, inoltre, è dotata di freccette e pulsanti. Sarei curiosissima di pigiarne alcuni, ma sono un po’ terrorizzata, perché non vorrei, schiacciandoli, trovarmi catapultata da qualche parte. La tentazione è forte e ci provo: nulla. Che delusione. E che spreco, oserei dire. Però i magici sedili sono dotati di presa per la corrente. E vorrei ben vedere con quello che pago. La connessione Wi-Fi invece non è ancora attiva sulla freccia argento. L’altro problema è il posizionamento dei bagagli: non c’è praticamente posto se non per una microscopica borsa, sopra la zona sedili. Tutto il resto, se non si vuole intralciare il passaggio, deve essere messo nelle apposite cappelliere che si trovano all’ingresso dello scompartimento, regolarmente vuote, perché nessuno si fida a lasciare nulla. Io però lo faccio, ben conscia che mi potrebbe sparire tutto. Ma si sa, a me piacciono le sfide.

Davanti a me c’è una signora che continua a fissarmi mentre ciuccia caramelle. Un vero spettacolo. Ma perché si siedono sempre davanti a me simili personaggi? Quello dietro a me dorme con la bocca aperta.

 

A Bologna il treno si riempie. Vicino a me si siede un ragazzo davvero strano che mi chiede se il treno va a Firenze. Lo guardo sgomenta. Ma dico? Come fai a chiedermi questo? Hai forse gettato la monetina prima di salire? Ma mi trattengo e rispondo educatamente: «Certo che il treno va a Firenze». Anche la persona che gli sta seduta di fronte è particolare. Il giovane prova a fare conversazione con il suo dirimpettaio, ma l’altro non abbocca anzi incomincia a telefonare. Dalla sua telefonata si capisce che dall’altra parte del cavo c’è una donna e che lui è un agente di commercio. Ha mal di testa e tiene in capo un berrettino piuttosto bizzarro. Non è sposato e ha le iniziali ricamate sui polsini della camicia. Ha un che di mafioso, parla piano, con fare sospetto. Sta cercando di discolparsi per qualcosa, ma il suo tono di voce è talmente flebile che si fatica a capire il senso del suo discorso, anche perché nel frattempo il giovane che mi ha chiesto se il treno va a Firenze, mi sta chiedendo qualcosa. Il ragazzo ha un accento strano: penso sia straniero e quindi gli parlo in inglese, ma vedo che anche con questa lingua c’è difficoltà a comprendersi. È lui a svelare il mistero: è di Brunico e la sua madrelingua è il tedesco. Sta andando a Firenze a trovare la sua ragazza che studia matematica lì. Anche lui insegna matematica a Brunico, ma insegna anche diritto. E dopo che ha saputo che insegno latino e storia, dice che piacciono anche a lui latino e storia. Un bel fenomeno davvero.

Intanto il suo dirimpettaio continua a telefonare, sempre a donne, non c’è dubbio. Il discorso dell’altoatesino si mescola alle telefonate ed è tutto molto complicato da seguire. Ad un certo punto l’agente di commercio, non si sa come, si inserisce nella conversazione, che a questo punto triangola. Un delirio: non capisco più a chi devo rispondere. L’italiano del ragazzo non è perfetto e ogni tanto mi perdo qualcosa. Ma intanto mentre prosegue questo dialogo senza senso, il treno fa il suo ingresso nella stazione di Firenze. Il ragazzo di Brunico allora si alza e se ne va. Io e l’agente di commercio ci guardiamo per un attimo, come basiti. Improvvisamente però ritorna, si risiede al suo posto. Poi si rialza e ci saluta, augurandoci una buona serata. Davvero strano. Intanto la mangiatrice di caramelle ora sgranocchia tarallucci con l’Ipod a palla. Solo fenomeni questa sera sul treno. Per fortuna che tra un’ora sono a Roma.

Il mio posto era il 21, ma mi sono seduta al 23 che era quello più esterno. Poi, ovviamente è arrivato, proprio alla stazione di Firenze un ciccione che, reclamando il suo posto, si è seduto vicino a me, ingombrando tutto lo spazio. Poco male. In realtà mi sento un po’ schiacciata perché il volume dell’uomo è impressionante. Spero solo che non riesca a leggere quello che sto scrivendo, perché sarebbe decisamente imbarazzante.

Ormai sono circondata. C’è gente ovunque. Devo resistere però, manca poco. Avviso il mio vicino di poltrona, però, che prima o poi dovrò farlo alzare per andare in bagno. Non batte ciglio. Tra 15 minuti sarò a Roma. Devo farlo uscire. Non ho alternative, anche se si è acceso il pc e si sta guardando un film. Lui però ha la mia stessa idea, perché improvvisamente si alza, presumo per andare in bagno. Vuol dire che dovrò aspettare il mio di turno. C’è buio e non si vede nulla, ma stiamo entrando nella capitale. Tra un po’ calpesterò il sacro suolo.

È fatta: In Urbe sum, magno cum gaudio.

© 20 Dicembre 2011

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