La Voce di Trieste

“I cani lo sanno”, spassoso, commovente, illogico

di

Il primo (quasi) romanzo di Andrea Scanzi

Lo sapevo. Quando si fosse deciso a tentare col (quasi) romanzo, avrebbe partorito meraviglie: questo fu il mio vaticinio, un anno fa o giù di lì. Troppo agile. Scommettere sulla verginità di Ghedini , questo sì, sarebbe parso ardimentoso.

Ora la meraviglia, fulgida e dirimente, è arrivata. Parlo di Andrea Scanzi (www.andreascanzi.it), o meglio, del suo primo (quasi) romanzo per Feltrinelli (www.feltrinellieditore.it). L’ho preso ieri, è uscito tre giorni fa e ho appena finito di rileggerlo. Sì: due volte. Sì: sono malato. Ma non posso farci niente, e voi ci potrete fare meno: I cani lo sanno è opera che Signoreggia e Soverchia. Lascino ogni speranza, gli algidi (ma soprattutto le algide) intellettualoidi da salotto, con le loro malcelate copie di Playboy (e Cosmopolitan) a rendere meno avvilente la mestizia dei cimiteri di Praga; abbandonino ogni velleitario intento, le sciacquette proto-femministe in eterna attesa che il cuore (di cui non dispongono) le porti chissà dove, magari sedute in assolati ristoranti con le terrazze sopra questo oceano mare infinito e stupido. I cani lo sanno è un libro spassoso, commovente, illogico: non c’è spazio per fregnacce radical – chic. Qui entrano solo i sentimenti. Rigorosamente autentici.

È la storia di una famiglia. Non di una cosa astratta, come le luci delle case in cui non c’è mai niente di buono; ma di una cosa vera, in bilico perenne tra baratri oscuri e belle illusioni di porte celesti che mai si apriranno. Una storia che dividerà, lacerando cuori e generando qualcosa che in molti attendevano da anni: un’appartenenza.

Quando Scanzi s’incazzerà, vi incazzerete; quando la morte bagascia subirà mattanza, incredula e piccata come Federer agli AO ’09, esulterete, in lacrime, assieme a lui (Scanzi, non Federer); quando elargirà bischerate purissime (arte in cui è Magister sommo e acclarato), riderete crassamente e senza vergogna, aprendo squarci salvifici in quest’arida valle di lacrime; e poi ci sarà chi, ignorando cosa sia l’Amore – poiché nessun libro glielo ha mai insegnato – sentirà puzza di falsità nell’aria. Costoro tenteranno col talco, i profumi, la schiuma frenata: scoprendo, forse, che i responsabili di quell’immarcescibile olezzo sono proprio loro.

Si può non essere genitori pur avendo figli. Una banalità, certo. La troverete in ogni teorema (?) di Paolo Crepet. Sicuro come lo charme di Silvio. Ma si può essere genitori senza aver mai avuto un bimbo, né tantomeno il benché minimo anelito ad allungare il brodino mediamente insipido dell’umana stirpe? No, non dite amenità e gettate via quel brogliaccio dal titolo ossimorico (Donna Moderna): la risposta, ovviamente, è affermativa. Scanzi è padre: negarlo è pura follia. Le sue figlie si chiamano Tavira e Zara. Sono due Labrador. Nere. Uniche. Di una bellezza devastante. Zara è la piccola, il cane Bugs Bunny: basta guardarla, con la sua prognata alla Bruce Springsteen e l’inusitata vocazione all’ineleganza, per mettersi a ridere come dementi. Tavira è la primogenita; Santa Tavira aka Tavira la Saggia, Entità sovrannaturale (un animagus?) che mai proferisce guaito, che al ristorante è molto più composta di Giuliano Ferrara, che in macchina adora fare la spola fra la tua coscia e il bocchettone dell’aria condizionata, e guardandoti di sbieco lascia intendere che sì, le piaci, hai superato l’esame, meriti una raffica di leccate gioiose e una porzione di peluria in segno di stima. L’autore l’ha avuta con trent’anni di ritardo, perché la mamma (le mamme: sempre le mamme) non voleva. Trent’anni passati a sognare i cani dei libri che adorava: quelli di Josè Saramago, dei Malaussène di Pennac, di una storia per ragazzi persasi nelle sabbie del tempo. Ora, che sono passati quasi otto anni dalla nascita della pargoletta già divenuta mamma, Scanzi le regala parole dolci e immortali, da imparare a memoria per custodirne il ricordo: “Tavira è stata, fino a oggi, ben oltre il sogno di avere accanto un cane. È stata, più esattamente, la parte migliore di me. Lo è ancora.”

Preme aggiungere che il suddetto non è il classico “libro sui cani”. No. Come nell’abbacinante Liù, opera-congedo di Edmondo Berselli, amico, maestro e compagno di merende ritratto con affetto dal Boy di Arezzo, lo sguardo rasoterra dei Labrador non è che infallibile strumento per osservare il mondo da un’altra prospettiva, per imparare a conoscere chi siamo e tentare di correggere la nostra inadeguata stupidità. Perché, ci insegna Scanzi, i cani, non essendo umani, ci insegnano a esserlo. O quantomeno ci provano. Quasi sempre, va da sé, con risultati desolanti.

I cani lo sanno è un libro per tutti. Compratelo, divoratelo, regalatelo. Il tappeto è alto, le accelerazioni impressionanti, alcuni capitoli (due in particolare: primo e penultimo) da Leggenda. Scanzi è sempre più bravo, e, diciamolo sottovoce, oggi il più bravo di tutti. E il bello è che è solo l’inizio.

© 27 Settembre 2011

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