La Voce di Trieste

Le zone franche aumentano e prosperano in tutto il mondo, tranne che da noi…

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Mentre qui la solita congrega di politicanti e speculatori edilizi continua a raccontarci che le (nostre) zone franche sono ormai superate, il prestigioso quotidiano economico italiano Il Sole 24 Ore del 6 settembre ha pubblicato col massimo rilievo un’indagine specifica di Micaela Cappellini: titolo in prima «L’impresa globale va a caccia di free zone» ed articolo interno a pagina piena «La seduzione globale delle free zone – Bilancio positivo per chi ha investito nelle zone franche alla ricerca di nuovi mercati.»

L’indagine apre con l’intervista ad un imprenditore italiano del settore arredo e design che non ha sentito la crisi globale perché ha trasferito la produzione, come altri tremila di oltre 100 nazionalità, nella zona franca aperta nel 2000 a Ras Al Khaimah (Emirati Arabi Uniti), che nei primi sei mesi di quest’anno ha avuto altre 875 registrazioni d’imprese.
Si tratta di una  free trade zone classica, in cui uno stato per attirare investitori esteri stabilisce agevolazioni speciali per le imprese  di  produzione, commercio,  stoccaggio, consulenza e servizi finanziari: esenzioni fiscali, riduzione dei dazi sulla riesportazione, sgravi contributivi, proprietà straniera totale dell’impresa. Cioè quello che il  free port – porto franco di Trieste ha già avuto col Trattato di Pace del 1947 e conserva nei suoi Punti Franchi attuali.
Cappellini rileva che, tra vecchie e nuove, le zone franche sono in incremento continuo nel mondo, dalla Cina al Golfo Persico, al Centroamerica, all’Africa.
Sono tutte situate – come noi – in zone strategiche per il rifornimento di vaste aree continentali, ed operano anche come conglomerati sinergici d’imprese, aumentando le potenzialità di ciascuna.
Molte di queste zone hanno quote rilevanti o maggioritarie di capitale cinese, come la costruenda Lekki Free Zone presso Lagos (Nigeria).
Il Sole 24 Ore cita inoltre la classifica delle venticinque migliori zone franche del prossimo futuro pubblicata dalla rivista «Fdi» del Financial Times, che pone al primo posto quella di Waigaoqiao presso Shanghai, con più di 9000 imprese.
Le altre 24 di punta appartengono agli Emirati Arabi, al Bangladesh (Chittagong), alle Filippine (il Clark Freeport), alla Thailandia  (Industrial Estates) ed al Togo (Togo Export Processing Zone). Esistono anche un’associazione mondiale delle zone economiche speciali (www.wepza.org), ed un loro congresso annuale, la World Free Zones Convention (www.freezones.org) che quest’anno si terrà dal 31 ottobre al 3 novembre proprio a Ras Al Khaimah.
Ma anche molto vicino a noi il quotidiano economico segnala ad esempio l’apertura in Macedonia (Fyrom) di tre nuove zone franche “di sviluppo tecnologico e industriale”, dopo quelle di Skopje 1, Skopje 2, Stip e Tetovo. Con zero imposte sul reddito per i primi dieci anni di attività, seguiti da flat tax e Irpef al 10%, più esenzione Iva e dazi doganali per l’esportazione, contributi di costruzione sino a 500.000 euro, collegamento gratuito acqua luce e gas, e concessione agevolata dei terreni sino a 99 anni.
Al punto che il Governo italiano, col favore di tutti i politici, ci porta in visita promozionale le imprese italiane “delocalizzatrici” , ed ha pure formato con la Libia un protocollo per la creazione di una zona franca per loro a Misurata.
Sono lo stesso Governo italiano e gli stessi politici che tengono semivuoti da mezzo secolo il porto di Trieste ed i suoi Punti franchi, ed ora vogliono anche ridurli drasticamente regalando alla speculazione edilizia tutto il Porto Vecchio.

Occorre dire basta.

© 25 Settembre 2010

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