La Voce di Trieste

Crisi Italia: non bastano le manovre economiche

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Editoriale

Il problema vero dello Stato italiano unitario, dai prodromi della sua formazione storica recente (ha appena un secolo e mezzo) ad oggi, è sempre stato quello della sovrapposizione parassitica ininterrotta di una classe politica per la gran parte inetta, irresponsabile, fatua e corrotta a popolazioni e territori con risorse economiche, ambientali e culturali così straordinarie da riuscire a sopravvivere egualmente, e con una coscienza polititico-sociale così debole da non ribellarsi.

Allo scoppio della prima guerra mondiale si pose il problema di dotare le truppe di elmi adeguati alle nuove, drammatiche necessità militari. Il modello austro-tedesco d’acciaio, efficiente, adottato perciò da molti altri paesi e ripreso dagli anni ’90 in kevlar dalla NATO, venne disegnato da specialisti in base alle statistiche delle ferite alla testa e collaudato con severe prove balistiche. L’Italia adottò invece, con tutto un giro d’affari lucroso, il modello fragile e decorativo che aveva vinto un apposito concorso artistico in Francia: equivaleva ad un pentolino di latta e costò ai suoi soldati una quantità enorme di morti e sofferenze inutili.

Sta accadendo la stessa cosa nella guerra moderna tra le necessità dell’economia reale e le rapine selvagge dell’economia speculativa finanziaria che travolge gli equilibri produttivi e sociali globali, statunitensi ed europei. Mentre infatti le classi politiche più responsabili di altri Paesi, Germania in testa, adottano misure di difesa economica quanto più solide ed efficienti perché modellate da economisti di valore sullo studio professionale dei problemi reali, la politica italiana improvvisa soluzioni di fantasìa sullo schema della commedia dell’arte.

A mesi dal precipitare ufficiale della crisi, previsto da tempo, nessuno in Italia ha ancora prodotto uno studio organico e convincente della situazione economica nazionale e delle misure ragionevoli che si possano prendere di comune accordo per fronteggiare il deficit e riavviare l’economia invece di affondarla. Ed il motivo agghiacciante di questa carenza paradossale è che non ne hanno vera cognizione né il Governo attuale, scalcagnato, screditato e corrotto come nessun altro prima, né le opposizioni come mai prima deboli, compromesse e confuse.

Tanto che pensano tutti di poter sostituire gli studi improvvisando, appunto, ed aggrovigliando di giorno in giorno proposte e controproposte, dalle ragionevoli alle più strampalate, in un assurdo teatrino continuo di chiacchiere e proclami, conferme e smentite. Con ostentata noncuranza da privilegiati per il fatto concreto che in realtà sono in gioco il lavoro e le tutele sociali, cioè le possibilità di sopravvivenza, della maggioranza di decine di milioni di cittadini comuni. Ad incominciare dalle categorie più deboli che includono ormai anche la gran parte dei giovani condannata così alla disoccupazione ed al precariato.

Per ora i risultati di questo recitare babelico a soggetto sono che a pochi giorni dal varo della manovra finanziaria in Parlamento non c’è nemmeno certezza su nessuno dei contenuti definitivi, e che si tratterà comunque di una congerie raffazzonata di espedienti momentanei per fare cassa a spese dei più deboli invece che dei più ricchi, precipitando l’economia in stagnazione e recessione invece di rimetterla in moto.

Ed accumulando così anche un potenziale esplosivo sociale e politico paragonabile soltanto a quello seguito alla prima guerra mondiale con gli elmi di latta, finita con una sconfitta militare totale (dopo Caporetto) camuffata retoricamente da vittoria grazie agli altrui sviluppi politici e militari di allora. Che nell’attuale guerra economica globale sono invece sfavorevoli, perché i salvataggi da parte dell’Unione Europea hanno ovvi limiti ed il Paese rischia, anche a breve, una botta di sfiducia distruttiva da parte degli osservatori ed investitori internazionali.

I quali vanno osservando da tempo, ed è ora di ascoltarli seriamente, che per risanare e riaccreditare l’Italia non possono ormai bastare le manovre economiche, adeguate o meno, né i ‘riformismi’ secondari di cui si riempiono la bocca destra e sinistra. Occorre la vera riforma primaria che consiste nel sostituire radicalmente l’intera classe politica con regole elettorali ed etiche nuove, di rango europeo, attraverso un governo di transizione competente e credibile, da insediare quanto prima.

Serve insomma una rivoluzione democratica vera, contro una dittatura delle inettitudini e delle corruzioni più subdola ma non meno deleteria, negli effetti, di quelle dei Paesi arabi del Mediterraneo che hanno trovato il coraggio civile di ribellarsi alle proprie. Possibile che non lo troviamo noi?

 

Paolo G. Parovel

© 1 Settembre 2011

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