La Voce di Trieste

Inchiesta: come, e con quali reati, i politici si comprano voti con i soldi rubati ai più poveri

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Tra dicembre e gennaio il Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia e quello comunale di Trieste hanno ripristinato le distribuzioni di denaro pubblico ad associazioni appoggiate da partiti e singoli consiglieri. Un sistema di clientele che procura anche voti in cambio di soldi.

Nello stesso periodo la stampa triestina continuava a pubblicare casi e lettere di sofferenza e disperazione del numero crescente di persone che non ha nemmeno i mezzi sufficienti per vivere: pensionati minimi, disoccupati, precari, invalidi totali cui viene assurdamente sospeso il sussidio per controlli. Anche perché il Comune nega o toglie loro le assistenze dichiarando che non ha più fondi.

Proprio come narra questa lettera drammatica pubblicata nei giorni scorsi «Sono una donna sola di 57 anni, operata di carcinoma alla laringe, che percepisce una pensione di invalidità civile al 100% pari a 257 euro mensili. Fino a dicembre 2010 usufruivo di un contributo sociale di 158 euro. Faccio presente che fino a quando mi è stato possibile non ho mai chiesto aiuto a nessuno ma ora, in previsione di un nuovo intervento, sono spaventata dato che dal 1° gennaio 2011 il contributo sociale mi è stato tolto per mancanza di fondi (così mi è stato detto in modo sbrigativo dall’assistenza sociale). Pago regolarmente le mie bollette, sono puntuale nell’affitto e ora il mio terrore è: “ce la farò ancora?” Sopravviverò ancora a cancro e indigenza? C’è qualcuno in grado di darmi una risposta?»

La nostra risposta di giornalisti indipendenti sta nell’indagare se è vero che i fondi non ci sono, e nel perché. Cioè se si tratti di causa di forza maggiore, o di un imbroglio politico-amministrativo infame.

I risultati confermano che è un imbroglio dei politici ai danni dei cittadini più poveri. Perché i soldi in cassa ci sono, ma vengono fatti mancare sul capitolo di spesa dell’assistenza sociale per destinarli a spese di immagine o di clientela elettorale, in complicità fra maggioranza di governo ed opposizioni. Con comportamenti che non sono “solo” intollerabili, ma configurano anche specifiche ipotesi di reato.

L’assistenza sociale come obbligo di spesa primario.

Il Comune, nella persona del Sindaco, ha anzitutto l’obbligo primario di assistere adeguatamente i cittadini poveri. E sull’infamia di queste distrazioni di fondi dall’assistenza avevo già presentato nel 2004 e 2005 denunce penali documentate contro il sindaco Dipiazza e la sua giunta.

Le ipotesi di reato principali erano e rimangono l’abuso d’ufficio con distrazione di fondi da spese obbligatorie a spese facoltative ma foriere di voti per cariche retribuite (rientrando perciò nell’ambito del peculato) nonché l’abbandono d’incapace, l’omissione di soccorso e l’omicidio colposo per la morte di un anziano invalido a seguito della privazione di assistenze vitali. Erano denunce senza precedenti e fondate in fatto e diritto, che ebbero perciò echi stampa nazionali come caso-pilota appunto nazionale.

A Trieste finirono invece sotto censura stampa con la complicità di tutti i partiti, sinistra inclusa, che non vollero nemmeno presentare una semplice interrogazione accertativa. L’opinione pubblica triestina non ne poté quindi sapere praticamente nulla, mentre la Procura finiva per chiedere ed ottenere l’archiviazione dei procedimenti.

E così lo scandalo osceno dei tagli di assistenze vitali ai più poveri per poterne sperperare il denaro pubblico in clientele è potuto continuare impunito sotto silenzio politico e di stampa, sino ad oggi.

Voto di scambio ed altri illeciti

I mezzi di clientela politica vanno dalle consulenze agli appalti ed affidamenti di lavori e forniture, alle aste, alle assunzioni, ai finanziamenti diretti. E proprio su questi abbiamo potuto documentare il caso attuale clamoroso di ben 190.000 euro destinati da Consiglio e Giunta comunali di Trieste a clientele, sostanzialmente per voto di scambio, e pure in violazione penale norme sul finanziamento ai partiti.

Il voto di scambio consiste nel comprare i voti in cambio di soldi od altri benefici, ma può avere carattere lecito se i benefici sono legittimi, ed illecito se non lo sono.

Ed è palesemente illecito nei casi d’utilizzo di denaro pubblico a scopi elettorali di parte, e/o in violazione penale dell’art. Art. 7 della Legge 195/74, che dispone: “Sono vietati i finanziamenti o i contributi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, da parte di organi della pubblica amministrazione, di enti pubblici, di società con partecipazione di capitale pubblico superiore al 20 per cento o di società controllate da queste ultime, ferma restando la loro natura privatistica, a favore di partiti o loro articolazioni politico-organizzative […]. Chiunque corrisponde o riceve contributi in violazione dei divieti previsti nei commi precedenti […] è punito, per ciò solo, con la reclusione da 6 mesi a 4 anni e con la multa fino al triplo delle somme versate in violazione delle presente legge.

Il Consiglio e la Giunta comunali di Trieste risultano avere commesso ambedue le violazioni, per quest’anno e verosimilmente anche in passato.

Un’autoelargizione clientelare da 190.000 euro

Mentre l’assistenza sociale precipitava nella disperazione l’autrice della lettera sopra trascritta negandole il sussidio vitale di 158 euro al mese (1.896 all’anno) e tante altre persone povere come lei, il Consiglio comunale di Trieste con delibera n.74 del 29 novembre 2010 approvava un “assestamento” del bilancio di previsione.

Che fra altre piacevolezze, sulle quali potremo ritornare, aggiunge 100.000 euro, evidentemente avanzati a bilancio consuntivo, ai 90.000 che aveva già assegnato a febbraio “per iniziative varie a cura del Gabinetto del Sindaco” (per gli ignari: è il suo ufficio di segreteria, non il wc).

Votano a favore 30 consiglieri su 36 presenti, anche di opposizione, e tra i 6 contrari solo Maria Grazia Cogliati Dezza ha pensato di chiedere, invano, 80.000 euro per contributi una tantum alle persone e famiglie in povertà.

Fanno dunque 190.000 – centonovantamila – euro, che dalla successiva delibera apposita della Giunta, n. 580 del 20 dicembre 2010, apprendiamo essere in realtà “importi messi a disposizione dei Consiglieri comunali per interventi contributivi a favore di Associazioni operanti sul territorio”.

Cioè per sussidi ad associazioni da erogare non d’ufficio su soli criteri di necessità od opportunità oggettive ma su “raccomandazione”, e degli stessi consiglieri che con proprie delibere si sono attribuiti questa forma di disponibilità personale annua di denaro pubblico. Per un importo che basterebbe a pagare più di cento anni del misero sussidio negato a quella povera donna e a tante altre persone in situazioni disperate.

Ed è evidente che in cambio delle “raccomandazioni” i consiglieri possano anche aspettarsi un contraccambio in voti da parte dei membri delle associazioni beneficate e dei loro parenti ed amici: molte piccole fortune elettorali di politici improbabili si spiegano anche così.

L’illegittimità delle “raccomandazioni” ed i criteri e divieti normativi

Ma nei regolamenti vecchi e nuovi approvati dallo stesso Consiglio comunale sull’erogazione di queste somme non troviamo alcuna norma che legittimi, e nemmeno giustifichi o menzioni, questa prassi delle “raccomandazioni” incautamente dichiarata dalla Giunta.

Al contrario, vi si prescrivono accuratamente istruttorie obiettive, valutazioni equitative, informazioni quanto più diffuse al pubblico e decisioni altrettanto imparziali.

Ed è ovvio che trattandosi di denaro pubblico non si possano andare a finanziare né società commerciali, né spese correnti cui le singole associazioni possono e devono far fronte con contributi ordinari o straordinari dei soci, ma soltanto spese straordinarie per attività particolari, impianti o quant’altro sia d’interesse pubblico e superi le ragionevoli capacità di spesa dei membri dell’organizzazione.

Il tutto rimane inoltre condizionato dalla menzionata legge 195/74, art. 7, che vieta sotto pesanti sanzioni penali di finanziare organizzazioni che siano articolazioni politico-organizzative di partiti: definizione che la Corte di Cassazione ha confermato estesa anche alle situazioni di fatto.

La consapevolezza dei consiglieri comunali

Che i consiglieri comunali siano ben consapevoli, e non da oggi, dell’illegittimità scandalosa di questo sistema delle “raccomandazioni” l’ha confermato il 30 dicembre un intervento stampa del capogruppo d’opposizione Fabio Omero, in calce ad un buon articolo del Piccolo sulla questione.

Omero infatti riconosce che il meccanismo “diviene elettoralistico” e spiega pure come funziona dichiarando che “fino al 2008 c’erano cinquemila euro a testa”, ma quest’anno il suo partito “non ha contrattato nessun bonus col fondo della ‘corona’, che chiamo così perché a distribuirli è il gabinetto del sindaco”.

Nessun dubbio, quindi: da anni si assegna di fatto ad ogni consigliere, e previa contrattazione, una somma non indifferente di denaro pubblico da far erogare alle associazioni che lui decide di favorire. Allo scopo o comunque con l’effetto di ottenerne ovvia riconoscenza, anche in voti. Ed il tutto in concorso tra consiglieri, sindaco e giunta: saremmo quindi nell’ambito penale delle ipotesi di peculato pluriaggravato.

Lo scandalo in concreto

Ma la delibera di giunta include anche il tabulato delle assegnazioni deliberate per quest’anno, dal quale si ricavano conferme definitive del sistema e della sua natura illecita.

Per prima cosa, i 190.000 euro non risultano affatto assegnati per interventi di rilievo che i membri delle associazioni non possano sostenere, ma frazionati in una novantina erogazioni a pioggia di piccoli contributi che vanno quasi tutti dai 500 ai 1500 euro, pochi dai 2 ai 3-4000, ed alcuni fra i 5 e gli 8000. Buona parte dei contributi risultano inoltre richiesti all’ultimo momento, per approfittare della variazione di bilancio.

Mentre nell’elenco delle associazioni beneficate (alcune delle quali effettivamente meritevoli, altre di opportunità quantomeno dubbia) troviamo anche società commerciali, come tali non finanziabili, ed organizzazioni collaterali a partiti e coalizioni degli stessi consiglieri, queste in violazione penale della legge che vieta espressamente di finanziarle con denaro pubblico.

3000 euro al Club di Berlusconi

Il caso di più sfacciato e scandaloso risultano essere i 3.000 euro erogati al “Club della Libertà di Trieste” con sede in Largo don Bonifacio 1 come lo studio del suo presidente avv. Sergio Trauner, politico locale influente e non certo bisognoso che è stato anche ai vertici dell’ILVA, dell’IRI, di Federacciai, di Confindustria, di Mediocredito Centrale, di Finmare e della Sanità S.p.A di Roma. Come precisa la pagina del sito web dell’associazione intestata “Club della Libertà di Trieste Liberale – con Silvio Berlusconi per il Popolo della Libertà, zeppo soltanto di propaganda del partito.

Lo stesso partito che (mal)governa anche il Comune di Trieste col sindaco Roberto Dipiazza ed i suoi consiglieri ed assessori. Nessuno di loro sapeva che l’organizzazione che stavano finanziando era del loro stesso partito, che tra l’altro è notoriamente il più ricco d’Italia, con alle spalle l’impero finanziario Berlusconi? A nessuno di loro è venuto il dubbio che non avesse affatto bisogno di quei 3.000 euro di denaro pubblico, la cui richiesta era perciò scandalosa di per sé? Ed a nessuno è venuto il pensiero che con quella cifra, ridicola per l’organizzazione di uno degli uomini più ricchi del mondo guidata da più che benestanti, si potevano invece pagare quasi due anni del sussidio minimo ma vitale per quella povera cittadina disperata, per i tanti altri come lei?

È difficile non provare ribrezzo per questo genere di politici che oltre a commettere reati, e con leggerezza sorprendentemente impunita, non ha il minimo riguardo – non diciamo compassione che è sentimento più evoluto – per le necessità della gente che soffre?

Intervenga la magistratura ordinaria e contabile

Noi non abbiamo potuto ancora verificare la situazione parallela del Consiglio Regionale, che a dicembre ha ripristinato anch’esso distribuzioni analoghe, né quella della Provincia.

Ma il caso del Comune è più che sufficiente per l’avvìo immediato di indagini da parte della Magistratura ordinaria e di quella contabile, sulla base di denunce perfettamente documentate che verranno presentate nei prossimi giorni, e che noi pubblicheremo.

Senza riguardi per nessuna parte politica che risulti coinvolta in quest’ennesimo scandalo di corruzione ed ingiustizia coperto da anni senza che nessuno sentisse il dovere civile od istituzionale di denunciarlo.

Chi si assume gli onori delle cariche pubbliche ne deve sostenere anche gli oneri. E chi sta a guardare inerte la commissione dei reati che ha il dovere di impedire se ne rende colpevole quanto chi li compie. Per il codice etico naturale prima ancora che per l’art. 40 di quello penale. Chiunque si comporti così non va inoltre rieletto, ma allontanato da qualsiasi attività politica ed amministrativa.

© 28 Gennaio 2011

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