La Voce di Trieste

Chi ha paura di Donald Trump

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Analisi di Paolo G. Parovel

Ci sono due modi per interpretare l’elezione di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, e di prevederne le conseguenze.

La prima interpretazione è quella superficiale di chi va in panico perché si è lasciato impressionare e scandalizzare dagli argomenti e dai toni con cui Trump è riuscito a raccogliere e coalizzare tutte le forme possibili di scontento contro il regime “liberal” del Partito Democratico, ed a rovesciarlo clamorosamente conquistando anche la maggioranza della Camera dei Rappresentanti e del Senato.

L’altra interpretazione è quella analitica di chi osserva che Trump non è un pazzo né un fanatico, ma un imprenditore colto e capace anche nella scelta dei collaboratori, e che dopo la vittoria elettorale ha smesso immediatamente i linguaggi violenti della campagna elettorale per parlare invece con misura ed equilibrio da statista.

Come richiede il governo dello Stato più potente ed influente del mondo, che ha inoltre una massa politico-economico-militare sufficiente a garantire la stabilità della rotta, ed un sistema di contrappesi politici ed istituzionali interni capace di impedire, correggere o prevenire errori od eccessi di qualsiasi Presidente.

Per la vittoria di Trump è stato infatti decisivo l’appoggio non dichiarato degli apparati d’intelligence e dei militari, che sapevano già da molto tempo, e nei dettagli, come e perché alcune leggerezze di Hillary Clinton erano un pericolo serio e concreto per la sicurezza nazionale e per gli equilibri globali.

Ma è stato decisivo anche il voto di afroamericani ed ispanici, operai ed altre categorie di semplici cittadini, uomini e donne, che confrontando le loro difficoltà economiche e sociali concrete con i risultati del progressismo da salotto dei Democratici hanno deciso di provare a cambiare.

Perché le regole elementari dell’economia e della società non si inventano, e non si possono sostituire con slogan ed utopismi. Per ridurre la miseria occorre distribuire ricchezza, ma per distribuire ricchezza occorre crearla, e per crearla occorre facilitare il lavoro, invece di soffocarlo con eccessi burocratici e fiscali.

Può sembrare inoltre paradossale, ma il fatto che gruppi di estremisti emarginati abbiano contribuito all’elezione di Trump non aumenta la loro pericolosità sociale. La riduce, perché votando si integrano comunque nel sistema democratico che dichiarano di voler abbattere.

Il paradosso Juncker e la rete “progressista”

Un altro paradosso apparente è che mentre Donald Trump dopo l’elezione ha assunto i toni responsabili dello statista, il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, li ha abbandonati rilasciando dichiarazioni violentissime contro il nuovo Presidente eletto degli Stati Uniti d’America.

Le dichiarazioni di Juncker giustificano inoltre ed aizzano gli intellettuali, i media ed i cittadini europei che sfogano i loro pregiudizi antiamericani vecchi e nuovi protestando paradossalmente in nome della democrazia contro l’elezione democratica di Donald Trump.

Questi paradossi si spiegano con il fatto che la vittoria schiacciante ed imprevista dei Repubblicani negli USA spezza una vasta rete internazionale di rapporti politici, economici, culturali e d’affari che si era formata agganciando ai Democratici americani amici “progressisti” più o meno presentabili: partiti, esponenti politici, lobby finanziarie.

Una rete di contatti internazionali e di interessi che ha costi umani ed economici intollerabili, perché sui problemi economici, sociali ed ambientali produce più ideologia che risultati concreti, mentre sul piano piano strategico e militare è incapace sia di prevenire le crisi, sia di affrontarle e risolverle.

L’esempio disastroso dell’Italia

Ne è esempio europeo il disastro dell’Italia governata da Matteo Renzi e dal suo Partito Democratico (PD): una miscela politica “progressista” di ex-comunisti radical-chic, ex socialisti ed ex democristiani di sinistra, che aggrava la crisi economica del Paese e tenta di restare al potere cambiando le regole democratiche della Costituzione Italiana.

Il governo italiano del PD è inaffidabile anche come alleato strategico nel Medio Oriente, dove conduce operazioni ambigue (LINK), e nei Balcani, dove continua ad alimentare propagande nazionaliste contro la Slovenia e la Croazia e tenta di soffocare l’attuale Free Territory of Trieste ed il suo Porto Franco internazionale (LINK).

È quindi possibile che dal 20 gennaio prossimo l’Amministrazione USA di Donald Trump sia anche più attenta a questi problemi, e più energica, di quanto lo sia stata l’amministrazione Obama.

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© 15 novembre 2016

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