La Voce di Trieste

Parole e pensieri

di

“La parola è stata data all’uomo per nascondere il pensiero”
Françoise-Marie Arouet (Voltaire) 1694-1778

Integrazione. Bella parola, rassicurante, pletorica. Indica qualcosa che aggiunge, aumenta, completa. Si parla di integrazione dello stipendio, integrazione alimentare, integrazione economica e via dicendo. In genere il “di più”, il quid integrato, indica oggetti, averi materiali che sommandosi a quanto già c’è, accrescono salute, benessere e speranze. Il medesimo vocabolo viene utilizzato nei riguardi dell’immigrazione e allora non tutto è chiaro. Anzi, a mio avviso, la gradevole positività del termine cambia decisamente significato pur rimanendo, nella forma, identica a sé stessa.

Esce ormai a flusso continuo dalle labbra di politici, amministratori, laici e chierici; lemma fatato che tutto risolve nell’equivalenza problema/soluzione (immigrazione/integrazione).  Fluttua nell’aria, si propaga e viene ripetuto come un mantra, appagando le coscienze e placando le paure di chi lo invoca. Ma siamo sicuri che integrazione esprima un concetto limpido, inequivocabile e soprattutto trasferibile dalle cose materiali alle persone? O al contrario nasconda pensieri poco trasparenti ed ambigui.

Il fenomeno di coprire con parole apparentemente innocue, a volte seducenti (nell’ambito della comunicazione), azioni di tutt’altro fine e fondamento non è recente, né isolato. Ogni potere costituito, secolare o religioso che sia, vantava e vanta un dizionario apposito. Sarebbe lungo e forse noioso elencare l’intero catalogo. A titolo di esempio, basti pensare alle “purificazioni” ed “epurazioni”  destinate a riportare sulla “retta via” eretici ed oppositori,  alle “normalizzazioni”, alle guerre “giuste”, “preventive”, “sante” fino all’evoluzione sofisticatissima delle “missioni di pace”.

Quello che si vuole sottolineare non è tanto la (il)liceità dell’azione quanto il suo rivestimento pubblicitario; in altri termini la discrepanza esistente tra il parlare e il fare, difformità (meglio deformità) che Sartre  chiamava “malafede”.

La seconda fase del colonialismo francese iniziò nel 1830 con la conquista dell’Algeria, della Guiana orientale, del Senegal, Gabon, delle isole Tahiti e di Reunion. In Asia la marcia imperialista si allargò, a partire dalla presa di Saigon nel 1861, fino alla fondazione dell’Union Indochinoise (1887) che comprendeva la Cocincina, tre protettorati: Annam, Tonchino e Cambogia e dal 1893 anche il Laos. La presenza francese nel Sud Est asiatico e le sue implicazioni (declinazioni) culturali meritano, per la loro complessità e variabilità, una riflessione a parte che cercherò di illustrare in un prossimo articolo. Tornando al nostro vocabolo, ipotetico perno risolutore dei rapporti tra culture differenti, scopriamo che è soltanto l’ultimo di una serie di tentativi volti a delineare le possibilità di relazioni interetniche, tardo discendente di “esperimenti” altrettanto dubbi e ambivalenti. Premesso che l’invasione coloniale nulla a che vedere con gli attuali flussi migratori per le modalità di “contatto” (la prima principalmente manu militari), sullo sfondo rimane comunque lo sforzo di comporre e armonizzare le disuguaglianze (tecnologiche, civili, legislative, religiose etc.) esistenti tra civiltà.

I sociologi dell’epoca coloniale studiarono il caso e pensarono di trovare la soluzione in due metodi analoghi, almeno nell’obiettivo, per “amalgamare” le popolazioni dell’Impero. Il primo prevedeva l’ammaestramento forzato degli indigeni per renderli simili ai Francesi: l’assimilation; il secondo presumeva di interessare e impiegare gli indigeni “maturati”, associandoli agli interessi dell’amministrazione coloniale: l’association.Ambedue si basavano sulla teoria dell’ineguaglianza delle razze (inattaccabile credo di ogni colonialismo) per la quale sussisteva un diritto, se non un dovere, di “riscattare” popoli reputati inferiori sul piano evolutivo (tecnologico, sociale, religioso, legislativo, etc.).

Qualche anima bella si spinse a prospettare un meticciato istituzionalizzato per creare una nuova “razza intermedia” in cui la più evoluta (occidentale) poteva sopperire “biologicamente” alle carenze dell’altra (quella orientale o africana). La Francia venne sonoramente battuta nel maggio del 1954 a Dien  Bien Phu dall’esercito vietnamita e nel 1955 fu costretta a ritirare le proprie truppe dall’Indocina. Contemporaneamente si sollevò anche l’Algeria che, dopo un’aspra guerra di liberazione, ottenne l’indipendenza nel 1962. Fallimento definitivo di assimilation e association.

In tutt’altro contesto spunta l’attuale parola/progetto: integrazione, a quanto sembra destinata anch’essa al naufragio. Ma cosa accomuna i tre vocaboli, a prima vista forieri di pie finalità? È la direzionalità (che include la discrezionalità) da un soggetto ad un’altro, aprioristicamente stabilita e pregiudizialmente  irreversibile. In altre parole vengono confusi l’eventuale risultato (integrazione, preferibile senza g: interazione) e la coercizione operativa (l’atto di integrare), aprendo a possibili arbitri e ad altrettanti immaginabili dissensi. Di segno opposto e promettente,  le associazioni che propugnano la cosiddetta “mediazione culturale” impostata, ci auguriamo non solo in teoria, su un rapporto paritetico e riguardoso tra culture eterogenee. Eppure basterebbe una piccola preposizione “con”, il “mit” collocato da Heidegger al centro della sua filosofia, da anteporre agli umani comportamenti, per chiarire e attenuare, qualsiasi diffidenza.

Il vivere è sempre un con-vivere, perfino in completa solitudine; la coscienza, prerogativa dell’essere umano, precorre all’interno della sua sfera l’incontro con l’altro nel binomio Io-Me, anticipando possibilità ulteriorizzanti, unica via praticabile per ex-sistere, cioè uscire-fuori dai confini meramente biologici. I “CON”, nel loro valore com-positivo, moltiplicano le opportunità nelle con-cezioni, con-cordanze, con-divisioni, nella con-fidenza, con-oscenza, con-sapevolezza, con-siderazione. Vale la pena di ricordare, in appendice, il padre di tutti i “CON”, il “Con-tratto sociale” del mai troppo ascoltato Jean Jacques Rousseau (1712-1778) anticipatore dell’intoccabile diritto all’eguaglianza, straordinaria guida per ogni società che voglia definirsi civile, compresa la nostra.

 

Nelle immagini (dall’alto verso il basso):

  1. Albigesi espulsi da Carcassonne. Miniatura del XIV sec.
  2. Orana Maria. Paul Gauguin (1848-1903)
  3. Spahi Marocchino 1940.

© 20 settembre 2011

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