La Voce di Trieste

Muri e trincee

di

“Disse il Signore a Giosuè: «… il settimo giorno poi girerete intorno alla città per sette volte e i sacerdoti suoneranno le trombe. Quando si suonerà il corno dell’ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo entrerà, ciascuno diritto davanti a sé».

Bibbia; La caduta di Gerico. Giosuè 6:16-27.

Le mura di Gerico crollarono al suono delle trombe israelite nel 1405 a. C. Come si suole dire, anche i muri hanno orecchie, ed evidentemente non ressero al terrificante clamore prodotto dai canti guerreschi e dagli assordanti strumenti a fiato.

Meno miracolosi e, purtroppo anche meno fulminei, furono gli eventi che portarono alla caduta del muro di Berlino (antifaschistischer SchutzwallBarriera di protezione antifascista 13/08/1961- 9/11/1989), abbattuto non dalla sonorità di argentee trombe ma da migliaia di tombe, silenziosi monumenti di libertà perdute.

I muri sono fatti così, hanno due facce, una esterna ed una interna; non si sa bene quale delle due debba tutelare e quale debba reprimere.

Il ventesimo secolo ha visto l’esplosione e l’implosione di ideologie “imperanti”, capaci cioè di adunare e muovere grandi masse per formare imperi, soprannominati dai loro avversari “impero del male, di Satana” ed altri inquietanti appellativi. A loro modo e per qualche momento iniziale, hanno dato delle certezze psicologiche, alla lunga sommerse da deformi realizzazioni, ma lo scopo per cui erano state create rimane sullo sfondo e agita nuovi fantasmi. In realtà ciò che muove e ha mosso da sempre l’umanità è il bisogno di sicurezza, di strutture che quanto più sono rigide ed esclusive, tanto più danno la sensazione di assolvere alla loro funzione protettrice, almeno fin al momento in cui, l’inerente, soffocante natura della costruzione, non diviene insopportabile.

E così un pomeriggio di novembre, alle 18 e 53, quando un corrispondente ANSA, Riccardo Ehrmann, domandò se la notizia della rimozione dei posti di blocco fosse veritiera e il ministro della propaganda della DDR Schabowski rispose che il provvedimento avrebbe avuto effetto immediato, una massa imponente di tedeschi dell’Est passò la frontiera come una marea travolgendo check point e barriere di confine. Il “muro”, inutile freno di legittime aspirazioni umane, era ormai alle spalle di chi fuggiva; scavalcato, demolito, rimosso (anche in senso psicanalitico) al pari di un incubo ha occupato, infine, un posto ignominioso nel paesaggio della memoria individuale e storica. La stessa memoria ha decretato, per il futuro, la nefandezza di tutti i muri, oltre a sancire la loro inefficacia nel regolare le faccende umane.

L’anatema che ha colpito il “muro”, funesto e acclarato simbolo di divisioni, malauguratamente,  non ha esteso la medesima sanzione a tutte le possibili difese erigibili. La trincea, ad esempio, non è incappata nella medesima, esplicita condanna. Meno vistosa, umile (da humus: terra), autosufficiente, modellabile, può essere creata in proprio o in associazione ed unirsi ad altri scavi per formare sviluppate linee difensive rasoterra e, perciò, poco ravvisabili.

Rispetto al muro ha l’innegabile vantaggio di poter essere costruita e completata senza attirare particolari attenzioni ma possiede l’altrettanto lampante inconveniente di essere angusta, disagevole e spesso maleodorante. Lo sterro quotidiano, continuo, inavvertibile, che apre una barriera presuntuosamente invalicabile, costituisce comunque un ostacolo all’invasione e al contempo all’evasione.

Sono i solchi della mente, o meglio i diaframmi autoposti nella visione del mondo, che plasmano trincee ideologiche impercettibili ben più perniciose di quelle scavate nel terreno, di cui sono l’esatta raffigurazione. La trincea è un baluardo alla paura, al timore di essere uccisi, di essere travolti, annientati dagli eventi che, inevitabilmente, avanzano. In tempi di crisi e profonde mutazioni gli allarmi si accavallano e assediano le antiche convinzioni, vetusti, obsoleti, baluardi cosiddetti culturali. Fabbricare  un buco in cui nascondersi e rafforzarlo con sacchetti di sabbia fino ad impedire allo sguardo di spaziare sulla pianura antistante, rigirarsi in pochi metri quadrati e parlare soltanto con chi condivide le medesime trepidazioni, sembra essere l’unica soluzione.

Può accadere (e sta accadendo) che l’uomo, frastornato, impotente, confuso, non veda altra via che rinchiudersi in un pertugio e pensi di tutelare la propria sicurezza accumulando intorno a sé i provvidi sacchetti già confezionati fatti di tabù, pregiudizi, preclusioni, preconcetti e prevenzioni. E tanto meglio se possono essere spartiti con altri, allargando il fossato.

Martin Heidegger (1889 – 1976) parlò del mondo (welt) come di mondo-comune (mitwelt), al pari dell’essere (sein) che lo abita, il quale è sempre e comunque un (mitsein), un con-essere, una coesistenza (mitdasein). Nel suo procedere sul sentiero della vita (lebensweg), il viandante (Wanderer), al contempo essenza (wesen) e destino di noi tutti, incontra l’altro, fa esperienza, e nel confronto riconosce e forgia la propria umanità.

La lezione di Danilo Cargnello (1911- 1998) in Alterità e alienità (Feltrinelli, Milano, 1966), mutuata dallo psichiatra svizzero Luwig Binswanger (1881-1966), parla chiaramente di proporzione antropologica, in cui similmente ad un rapporto di coordinate cartesiane, l’uomo persegue la propria dimensione (ideale) articolando e legando orizzontalità con verticalità/profondità. Nella prima dimensione conosce (esperisce) il mondo sociale (mitsein) e delle cose (umwelt); nella seconda analizza, approfondisce, elabora quanto è stato sperimentato “fissandolo” in un vissuto (erlebnis) e, sulla base di questo, rilancia ulteriori progetti accrescitivi.

Siamo di fronte ad un fenomeno fondamentale (e fondante) tanto evidente quanto innegabile: uscire fuori-da-sé per preparare l’incontro con l’altro-da-sé e nuovamente rientrare in sé stessi riportando “all’interno” conoscenze e consapevolezze; dilatazione e contrazione che Cargnello chiama “la diastole e la sistole dell’esistenza”. Soffio vitale che implica movimento. L’autore sottolinea inoltre che all’”andare” si associa intimamente il “vedere” al punto che la lingua tedesca dispone “del verbo erfahren (= esperimentare, provare, venire a sapere, apprendere), evidentemente riconducibile al verbo fahren (= andare, specie nel senso di viaggiare)”.

Tornando alla metafora della trincea possiamo constatare come chi scelga di arroccarsi a difesa, badando unicamente a salvaguardare il proprio “individualismo”, automaticamente limita e restringe la sue potenzialità esistenziali.

Lontani dall’esprimere qualsiasi giudizio valutativo, inopportuno e inadeguato, su chi opta per il mantenimento ad oltranza di posizioni difensive in modo esclusivo, possiamo semplicemente rilevare (o meglio informare) che la tattica del ripiegamento su sé stessi, per sfuggire a nuove sollecitazioni, magari reputate aggressive, abusive, destabilizzanti, raggiunge con tutta probabilità una pseudo sicurezza (da rinnovare e ribadire forzosamente ogni giorno!) al costo però di una drammatica immobilità, una coartazione dell’agire (simile alla nevrosi fobica) che, se ancora non tocca l’angosciante isolamento dello psicotico, circoscrive a solitario stagno l’umana presenza sterilizzandone ogni aspetto vitale e riducendo a mero essere (sein) l’opportunità espansiva (intesa come apertura totale) dell’esserci (dasein).

 

Le immagini:

 

Luca Giordano (1634- 1705) La caduta delle mura di Gerico.

Gino Severini (1883- 1966) Soldati in trincea.

George Grosz (1893-1959)  Wanderer (Viandante)

Jan Fabre (1958-) Nelle trincee del cervello come artista lillipuziano

© 11 agosto 2011

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